"Portare i piccoli" dalla rubrica della Dott.ssa Gandossi

Nel corso dei miei viaggi in paesi che noi occidentali definiamo “sottosviluppati”, “del terzo mondo” o ”in via di sviluppo” ho notato come le donne si destreggiassero nelle loro molteplici attività gestendosi i loro piccoli e portandoli sulla loro schiena. Ero affascinata nell’osservarli, avevano modi di relazione completamente diversi da quelli che avevo sempre visto in Italia; i loro bambini erano tra l’altro molto meno avvezzi al pianto rispetto ai nostri.

Le donne di questi paesi con naturalezza si caricavano i loro figli sulle schiene, con gesti rapidi e sicuri; talvolta scorgevo pure delle piccole donne, le sorelle maggiori, caricarsi i loro fratellini o sorelline. In questi paesi per ragioni pratiche sarebbe impensabile portare i bambini in carrozzine e passeggini. Ma non solo per ragione di pratica quotidiana, l’arte della cura dei cuccioli prevede come elemento imprescindibile anche l’essere portati e tenuti in braccio secondo le vite vissute dai loro antenati.

I bambini quasi non toccano terra finche’ non iniziano a gattonare, momento in cui sono pronti per iniziare la loro esplorazione nel mondo. Dal momento in cui nascono passano quindi parecchi mesi a stretto contatto con un altro essere umano, che sia la mamma o la sorella.

L’essere fasciato stretto al corpo della madre consente al piccolo di essere continuamente parte delle sue attività di vita, di sentirne il corpo, i movimenti, il profumo, la voce, di crescere accompagnato da questi continui stimoli, che sono gli stimoli del suo ambiente naturale.

Sebbene si trovi in uno stato passivo e rilassato, i suoi muscoli sono tonificati ed il suo intero corpo lavora per raccogliere ed elaborare gli stimoli che sopraggiungono.

Al momento della nascita il neonato ancora non è realmente pronto per la vita in questo mondo, sono necessari alcuni mesi di adattamento, di perfezionamento dei vari sistemi, da quello gastrointestinale, ormonale e soprattutto neurologico.

Sicuramente l’essere portati è un’esperienza di contenimento e contatto molto piacevole; qualsiasi bambino che la provi anche se un po’ grandicello ne rimane estasiato e vorrebbe ripeterla.

L’essere portati comporta un continuo stimolo al sistema neurosensoriale del bambino; anche se per la maggior parte del tempo se la passa dormendo, osserva il mondo dalla prospettiva verticale, dall’altezza della mamma, lo osserva e ci si relaziona. Rimane per la maggior parte del suo tempo a contatto con un corpo vitale, per di più quello della propria madre, immaginate quanto passi tranquillamente le sue giornate e nottate. C’è una bella differenza rispetto a stare la maggior parte del proprio tempo sdraiati, avendo come possibile osservazione il soffitto o il cielo (a meno che qualche buona anima non si affacci), a contatto con una superficie morta talvolta in movimento meccanico.

Questa pratica viene ormai consigliata e promossa nei reparti più avanzati di neonatologia in quei neonati prematuri dove il contatto si è visto essere determinante per il loro sviluppo; è stato provato scientificamente!

Noi donne di questo mondo anche quest’esperienza ci tocca imparare da zero, non ci viene tramandata naturalmente. Siamo arrivate al paradosso che pure per questo dobbiamo frequentare un corso. Ma non sempre è così, tante mamme ora portano i loro bimbi e questo può essere un sapere che ci trasmettiamo tra pari.

Sicuramente non siamo fatte per portare i nostri piccoli tutta la giornata; la nostra vita, i lavori che svolgiamo non ci potrebbero consentire questo lusso (e fatica!) . La bellezza sta nel saper integrare anche questa esperienza nelle nostre vite, per una parte di tempo, quella che ci sentiamo.

Il portare in fascia a volte facilita l’esistenza, gli spostamenti, un momento di crisi acuta che non sappiamo come calmare; anche per la mamma è un’esperienza unica da provare. Il portare è un’esperienza che può fare molto bene ai nostri bambini, sia in termini di salute fisica che psico-emotiva.

Dr.ssa Marina Giulia Gandossi