La terra, la natura e la crisi globale

La Gazzetta del Mezzogiorno, martedì 20 settembre 2011

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

Nel capitolo 25 del libro biblico del Levitico Dio dice chiaramente al suo popolo che la terra è sua e che chi ha accumulato ricchezze, coltivando la terra, ogni 50 anni deve ridividerle fra tutto il popolo. Non devono aver dato molto retta a Dio i suoi seguaci, perché, col passare del tempo qualcuno, un re, si è dichiarato padrone di tutte le terre e ha messo a coltivarle, sotto il suo comando, i suoi servi che gli dovevano dare la maggior parte dei raccolti. In seguito il re si è dato alla dolce vita spendendo più di quello che ricavava vendendo i frutti della terra e ha dovuto vendere una parte dei suoi terreni a qualcuno dei suoi servi che aveva fatto buon uso del salario; il nuovo padrone si è messo a coltivare la terra facendo lavorare i servi più poveri. A poco a poco, sotto il re, si è formata una nuova classe di piccoli o grandi proprietari terrieri che, grazie alla nuova ricchezza, sono diventati principi e capi, ciascuno dei quali, per pagare i propri lussi, ha dovuto a sua volta vendere una parte della terra; si è così arrivati all’attuale frazionamento delle terre coltivabili, in piccoli o grandi pezzetti. Fino a quando i pezzetti sono diventati così piccoli o così sterili che le rese agricole sono diminuite e le terre sono state abbandonate.

Gli economisti del Settecento consideravano che la fonte della ricchezza e del benessere era costituita dalla terra; gli economisti dell’Ottocento consideravano che la fonte dei valori andava cercata nelle fabbriche; quelli del Novecento hanno creduto che la fonte dei valori stesse nel capitale, cioè nei soldi. Nel frattempo sono aumentati la popolazione mondiale e la richiesta di alimenti, l’unica cosa che non può essere ricavata dalle miniere o dalle fabbriche ma che può essere fornita soltanto dalla terra. Così, già dal tempo della grande crisi degli anni trenta del Novecento, chi possedeva i capitali ha comprato, con la scusa di aumentare le produzioni, vaste estensioni di terre espropriando o mandando via le popolazioni che dalla propria terra traevano cibo e sussistenza.

Alcuni scrittori hanno cercato, con le proprie opere, di mostrare gli effetti perversi di questo sradicamento dei popoli dalla terra. Margaret Mitchell nel romanzo “Via col vento” (1937) racconta che, dopo la guerra di secessione americana (1861-1865), i capitalisti degli stati del Nord compravano a prezzi stracciati le terre dei “signori” del Sud. Il vecchio O’Hara ricorda alla figlia Rossella, che vorrebbe adeguarsi alle nuove regole economiche: “La terra è la sola cosa per cui valga la pena di vivere e morire, la sola cosa che duri”. Il libro “Furore” (1939) di John Steinbeck racconta il dramma delle famiglie di piccoli agricoltori che, negli anni della grande crisi degli anni trenta, vengono cacciate via dalle loro piccole proprietà dalle banche con cui si erano indebitate e sono costrette a migrare verso terre lontane o ostili a cercare lavoro da salariati. Riccardo Bacchelli, nel libro “Il mulino del Po” (1939), racconta la storia dei piccoli agricoltori del Polesine costretti, dal nuovo padrone delle loro terre, a diventare salariati.

In questi anni della crisi finanziaria del Duemila la fonte di denaro viene cercata ancora di più nella terra; grandi gruppi multinazionali, con la complicità di governanti corrotti e approfittando della miseria dei nativi, stanno comprando, soprattutto nei paesi africani e asiatici, grandissime estensioni di terre i cui abitanti, piccoli agricoltori e interi villaggi, sono costretti, letteralmente per sopravvivere, a migrare o a vendere a basso prezzo il proprio lavoro. Vari studi recenti mostrano che, investendo i propri capitali, queste imprese trasformano le terre in grandi pascoli per l’allevamento “industriale” del bestiame da carne o in colture intensive di piante “energetiche”, capaci di produrre alcol come surrogato della benzina, o biodiesel, per rispondere alle crescenti richieste di carburanti alternativi a quelli del petrolio, per “sfamare” i quasi mille milioni di automezzi che circolano nel mondo.

Una situazione ben riflessa da frasi come “La banda degli hamburger”, per indicare chi distrugge le foreste per dare altra carne a chi è già obeso, o “Togliere il pane di bocca ai poveri per far funzionare i SUV dei ricchi”. Ironicamente alcune di queste operazioni, come la crescente richiesta di biocarburanti “rinnovabili”, sono fatte nel nome dell’ecologia e dell’ambiente, senza tenere conto che, oltre al costo umano e sociale di chi perde le proprie terre e il proprio villaggio, ci rimette anche la stessa natura perché la transizione comporta enormi consumi di acqua, di concimi, di pesticidi, provoca perdita di biodiversità. L’eccessivo sfruttamento intensivo dei suoli con monocolture si traduce ben presto in perdita della fertilità, in erosione del suolo, in frane e alluvioni: azioni che neutralizzano i presunti vantaggi ambientali. La natura, infatti, offre le proprie ricchezze soltanto a condizione che la si tratti secondo le sue proprie leggi, ben diverse da quelle del puro profitto del capitale.

L’ACQUA VIENE “INFORMATA” DAI PRINCIPI ATTIVI IN ESSA DILUITI.

Ufficio Stampa AIOT: Glebb & Metzger
Fabio De Carli   338‐3642542   011‐5618236   fdecarli@glebb‐metzger.it
COMUNICATO STAMPA

TEAM ITALIANO E FRANCESE, NUOVA SCOPERTA DELLA FISICA:
L’ACQUA VIENE “INFORMATA” DAI PRINCIPI ATTIVI IN ESSA DILUITI.
SI RIACCENDE IL DIBATTITO SULL’OMEOPATIA

La prestigiosa rivista scientifica Journal of Physics ha pubblicato il lavoro di ricerca “DNA, waves and
water” condotto sull’asse Italia – Francia dal Premio Nobel per la Medicina Luc Montagnier e dal fisico
Emilio Del Giudice. Nuove prospettive sul funzionamento dei medicinali omeopatici e omotossicologici

Milano, 22/07/2011 – Una delle riviste scientifiche più prestigiose al mondo, Journal of Physic, ha
pubblicato il lavoro di ricerca condotto da due gruppi di lavoro distinti, il primo francese coordinato dal
Prof. Luc Montagnier, Premio Nobel per la Medicina, con i tecnici e biologi Lavallè e Aissa, e il secondo
tutto italiano coordinato dal fisico Prof. Emilio Del Giudice, (IIB, International Institute for
Biophotonics, Neuss, Germany) con Giuseppe Vitiello (Fisico teorico del Dipartimento di Matematica
ed Informatica, Università di Salerno) e Alberto Tedeschi, ricercatore (White HB, Milano).

Montagnier ha scoperto che alcune sequenze di DNA possono indurre segnali elettromagnetici di bassa
frequenza in soluzioni acquose altamente diluite, le quali mantengono poi “memoria” delle
caratteristiche del DNA stesso. Questo significa innanzitutto che si potranno sviluppare sistemi diagnostici
finora mai progettati, basati sulla proprietà “informativa” dell’acqua biologica presente nel corpo umano:
malattie croniche come Alzheimer, Parkinson, Sclerosi Multipla, Artrite Reumatoide, e le malattie virali,
come HIV-AIDS, influenza A ed epatite C, “informano” l’acqua del nostro corpo (acqua biologica) della
loro presenza, emettendo particolari segnali elettromagnetici che possono essere poi “letti” e decifrati.
Possibili sviluppi di tale scoperta potrebbero quindi essere sia in termini diagnostici che di trattamento e
terapia delle malattie. I segnali elettromagnetici presenti nell’acqua infatti sono riconducibili alla presenza
o meno di una sua “memoria”, intervenendo sulla quale si prospettano ampie possibilità di trattamento e di
terapia, con la prospettiva di cambiare di fatto la vita a molti pazienti, costretti all’assunzione di
indispensabili farmaci salvavita che a volte recano però con sé il rischio di pesanti effetti collaterali.

Un’ipotesi di ricerca simile venne percorsa due decenni fa dal ricercatore francese Benveniste: la
scarsità di evidenze scientifiche a suffragio della sua teoria ne causarono all’epoca l’isolamento dalla
comunità scientifica, ma dopo molti anni quelle ipotesi tornano inaspettatamente di attualità. E’ opportuno
anche ricordare che la medicina omeopatica e omotossicologica sfrutta da sempre i principi fisici per cui
l’acqua può essere “informata” da sostanze in essa diluite: la ricerca di Montagnier, Del Giudice e Vitello
indica la strada per arrivare a una migliore comprensione dei meccanismi di funzionamento del paradigma
medico omeopatico ed omotossicologico, e pare creare la base per una futura generazione di rimedi
farmaceutici senza effetti collaterali, che basano il proprio meccanismo d’azione sull’acqua
“informata” dal segnale elettromagnetico prodotto da sostanze presenti in essa a bassissime
concentrazioni ed “attivata” tramite peculiari tecnologie chimico-fisiche. Essi acquisiscono così
proprietà curative, ma – grazie all’alta diluzione del principio attivo – sono privi di effetti collaterali.

In relazione alla pubblicazione del lavoro “DNA, waves and water”, il Prof. Giuseppe Vitiello ha
dichiarato: “Il dato molto importante da sottolineare è che una rivista ufficiale di fisica come il Journal of
Physics ha pubblicato per la prima volta una ricerca che normalmente sarebbe di competenza di un Journal
di biologia o medicina. Un passo ulteriore a dimostrazione che la moderna fisica quantistica può dare un
contributo fondamentale alle ricerche mediche di frontiera”.

Riferimento del paper: 5th International Workshop DICE2010, IOP Publishing “DNA waves and water” – L.
Montagnier, J. Aissa, E. Del Giudice, C. Lavallee, A. Tedeschi and G. Vitello – Journal of Physics: Conference Series
306 (2011) 012007 doi : 10.1088/1742-6596/306/1/012007. La pubblicazione sul Journal of Physics è liberamente
scaricabile dal sito ufficiale della rivista: http://iopscience.iop.org/1742-6596/306/1/012007

La crisi che non c’è

Si ostinano a parlare di crisi economica ma si dovrebbe parlare di idiozia politica.

Abbiamo radunato decine di ricercatori, docenti universitari, associazioni, imprenditori, intellettuali e artisti per dimostrare che ci raccontano bugie grosse come case. Da ieri è in corso la seconda edizione di Ecoshow, un incontro su web tv che cerca di fare il punto sulle ecotecnologie e gli eco-comportamenti in Italia e nel mondo. Quello che stiamo dimostrando è che se si volesse il rilancio economico del nostro paese potrebbe partire domani mattina.

Come si fa a parlare di disoccupazione quando la maggioranza delle case ha un consumo energetico tra i 140 e i 210 kilowattora (stima prudenziale), mentre in Austria, ma anche a Bolzano, è vietato costruire case che consumino più di 80 kilowattora? Sarebbe un affare colossale tagliare almeno del 50% i costi di riscaldamento. E vorrebbe dire isolare almeno 10 milioni di tetti, sostituire centinaia di milioni di finestre, rivestire con un cappotto termico miliardi di metri quadrati di muri. Il risparmio che otterremmo è talmente grande che potrebbe remunerare ampiamente chi finanzia questi interventi di efficienza energetica e, rateizzando la spesa, si otterrebbe da subito un guadagno notevole. Gli ingegneri e gli architetti di fama mondiale che si sono riuniti per Ecoshow stanno dimostrando in modo incontestabile che questo è possibile ed economicamente molto conveniente. E parliamo del solito milione di posti di lavoro, visto che i tetti li devi isolare in Italia, non puoi andare a farlo in Cina!

La razionalizzazione dei consumi è la sfida di oggi in molti settori, basti pensare che potremmo tagliare del 90% le spese per l’acqua calda montando pannelli solari termici. In Austria hanno 200 mq di pannelli ogni mille abitanti, in Italia non arriviamo a 20 mq avendo molto più sole dei nostri vicini.

Abbiamo un consumo di acqua di 152 metri cubi a testa all’anno. Quasi metà dell’acqua va perduta per strada grazie a impianti idrici colabrodo, i cittadini ne consumano in effetti 92 a testa. Ma potremmo ridurre della metà anche questa quantità, usando piccoli accorgimenti come i riduttori del flusso dell’acqua dei rubinetti e riducendo il volume delle cassette dei wc, utilizzando comandi per gli sciacquoni a doppio tasto (usare poca acqua per dilavare le nostre produzioni liquide) e riciclando l’acqua dei rubinetti per alimentare gli scarichi del wc. E che dire della follia italiana di buttar via (in malo modo) escrementi umani e animali, invece di usarli per produrre biogas? Fiumi di oro nero che invece di fruttarci qualche miliardo di euro finiscono addirittura per rendere non balneabili chilometri e chilometri di spiagge!

Oggi la gestione dei rifiuti è in molte parti d’Italia disastrosa, una voragine di denaro, un danno per la salute. Ma abbiamo esempi straordinari di gestione efficiente anche da noi, riciclaggio, riciclo e riuso. Abbiamo iniziative encomiabili di riduzione degli imballaggi anche nel campo della grande distribuzione, vendite alla spina, recupero dei cibi prossimi alla scadenza. E abbiamo aziende che ottengono risultati notevoli riciclando, riescono persino a dar vita a produzioni artistiche basate sulla reinvenzione di arredi e sculture. E abbiamo anche uno sviluppo impetuoso di reti di negozi che danno nuova vita all’usato e al rigenerato, magari raccogliendo vecchi computer ed elettrodomestici e riassemblandoli.

Il successo di queste esperienze rende ancora più bruciante il fatto che restino oggi realtà limitate: cosa succederebbe se queste buone pratiche si estendessero a tutta l’Italia? La lista delle grandi opere che gli italiani potrebbero intraprendere per diminuire gli sprechi è lunga e i nostri esperti la stanno analizzando punto per punto. E in ogni campo si sta dimostrando che è possibile, è conveniente e che se lo facessimo potremmo cancellare la disoccupazione, la recessione e la depressione che ci stanno ammorbando.

Ma quello che stiamo dimostrando è anche che è in corso una rivoluzione tecnologica che sta iniziando a rovesciare il panorama, rendendo possibile ciò che fino a ieri era impensabile. Come è accaduto per computer e cellulari, stanno arrivando sul mercato a ritmo sempre più veloce innovazioni che vanno dalle tegole fotovoltaiche, ai mulini a vento senza pale, alle strade che producono elettricità sfruttando il peso delle auto che ci passano sopra, alle piste da ballo che sfruttano il moto sincopato dei ballerini, alle scarpe che ci trasformano in centrali elettrodinamiche ambulanti.

Il futuro del mondo è fatto di auto che vanno a immondizia organica, grazie a contenitori sottovuoto portati a 400 gradi di temperatura, installati su auto e scooter, si estrarrà gas combustibile in modo ecologico che verrà usato per alimentare i motori. Esistono già auto e moto così alimentate, e ora si stanno approntando le produzioni su scala industriale che le produrranno a basso costo. Il futuro sarà dei mezzi a idrogeno, elettrici, ad aria compressa, a immondizia. Per ricaricare il cellulare faremo una corsetta. Siamo di fronte al più grande businnes del millennio e l’Italia rischia di perdere il treno perché è strangolata dalla crisi economica che non c’è.

E la novità di questo “summit” è che non vogliamo soltanto affermare che la rivoluzione del buon senso è possibile e poi piangere perché nessuno l’ha fatta. Abbiamo creato un tavolo virtuale che sviluppa la collaborazione tra diverse componenti della nostra società e della nostra cultura che fino a poco tempo fa non riuscivano a dialogare. E la rivoluzione delle ecotecnologie si realizzerà solo se sapremo mobilitare energie colossali. E’ una rivoluzione che deve saper coinvolgere tutte le forze disponibili. Ecologisti e imprenditori sono stati per decenni come cani e gatti. Ma oggi esiste un notevole settore del mondo delle imprese che considera il buon senso energetico come la via maestra dello sviluppo economico.

E questo è forse il risultato più grosso: in questi giorni a Ecoshow non ci sono solo i soliti ecologisti, quei noiosi di Legambiente, Greenpeace e Alcatraz. La partecipazione di Coop, del Sole 24ore, di Ecomondo, Ecolevante (riciclo e riuso), Mercatopoli (usato), oltre a quella di Altroconsumo, Enea e di parecchie università italiane e di amministratori pubblici, dimostra che oggi è possibile immaginare un’alleanza tra settori diversi della società per far scoppiare veramente la rivoluzione italiana delle ecotecnologie!

25/5/2011 – Dal blog di Jacopo Fo

La favola del RICCIO

Durante-l’era-glaciale-molti-animali-morirono-per-il-freddo.

I ricci se ne accorsero e decisero di unirsi in gruppo e aiutarsi. In questo modo si proteggevano, ma le spine di ognuno ferivano i compagni più vicini che davano calore. Perciò decisero di allontanarsi e iniziarono a congelare e a morire.
Così capirono che o accettavano le spine del compagno vicino oppure sparivano dalla terra e morivano in massa. Con saggezza decisero di tornare tutti insieme. In questo modo impararono a convivere con le piccole ferite che un compagno vicino può causare, dato che la cosa più-importante-era-il-calore-dell’altro.

In-questo-modo-sopravvissero…

Morale della Favola:

Le relazioni migliori non sono quelle con delle persone perfette, ma quelle nelle quali ogni individuo impara a vivere con i difetti degli altri e ad ammirarne le qualità.

http://www.puntosufi.it/nuove

Restituite i parchi ai giochi dei bambini

Ven 1 ottobre 2010, 07:02:20

restituire i parchi ai giochi dei bambini
Da:
ANDREA AGOSTINI <lonanoda@tin.it>

da eddyburg

Data di pubblicazione: 24.09.2010

Autore: Augé, Marc

C’è chi ai bambini vuole dare il moschetto e chi lo spazio pubblico, magari con qualche boschetto. La Repubblica, 25 settembre 2010

Sono figlio della città e della guerra. Sono cresciuto a Parigi. Nel 1945 avevo dieci anni. Se provo a mettere in relazione il tema dei miei giochi d´infanzia e quello dei luoghi della città in cui sono cresciuto (in questo caso Parigi), posso supporre, senza grosse possibilità di essere smentito, che le due realtà siano cambiate moltissimo; la cosa più sorprendente sarebbe che i miei ricordi riuscissero a dire qualcosa a un bambino o a un preadolescente di oggi.

Iniziamo con qualche ricordo.

Durante la guerra lo stato maggiore tedesco aveva occupato, vicino al giardino di Luxembourg e al Senato, il “Lycée Montaigne”, che normalmente era la mia scuola. Così, fino all´ottobre del ´44, quando il “Lycée Montaigne” tornò alla sua funzione originale, noi bambini eravamo stati smistati in diverse scuole primarie del quinto arrondissement. Avevo nove anni e a scuola ci andavo da solo a piedi partendo dalla rue Monge, risalendo la rue de la Montagne Sainte-Geneviève, discendendo la rue Soufflot e attraversando il giardino di Luxembourg.

I miei primi luoghi di gioco furono i cortili delle scuole e la strada, poi il giardino di Luxembourg. Il mio quartiere, da cui non mi sono mai allontanato se non per ritornarci, l´ho percorso in tutti i sensi, prima accompagnato dall´uno o l´altro dei miei genitori e poi da solo. È il luogo della mia infanzia al quale sono rimasto fedele. Viaggio molto, ma, a intervalli più o meno regolari, lo ritrovo e mi ci ritrovo.

I nostri giochi d´infanzia erano molto fisici e segnati dagli eventi dell´epoca. Le prime classi della scuola elementare erano miste e le bambine avevano i loro giochi, per esempio “la campana” (la marelle), ai quali di solito noi bambini non ci associavamo. Partecipavamo solamente quando cedevamo alla tentazione di mostrare la nostra forza, mettendoci quindi a saltare di casella in casella con un piede solo, cercando di raggiungere il cielo che coronava quella struttura tracciata frettolosamente per terra con il gesso. Di solito noi giocavamo alla guerra. Divaricavamo le braccia e volavamo per il cortile ruggendo come i motori degli aerei. Da buoni piccoli maschi fallocratici ci suddividevamo i ruoli: alcuni di noi attaccavano le bambine, gli altri le difendevano. L´arbitraggio arrivava spesso dal cielo, quando le sirene risuonavano. Era l´allarme, la guerra vera. Ci facevano scendere di corsa nei rifugi sotterranei, che in questa parte di Parigi erano un pezzo delle catacombe. Quando dopo l´allarme rientravamo a casa, cercavamo i frammenti dei proiettili tirati dalla DCA (la difesa contraerea). Erano delle calamite eccellenti ed erano facili da trasportare poiché si fissavano le une sulle altre, formando dei piccoli cumuli irregolari e compatti che laceravano le nostre tasche (…).

Oggi i giochi sono cambiati e c´è sicuramente molto da osservare e imparare a contatto con i bambini e gli adolescenti. La familiarità che la maggior parte di loro ha con gli strumenti elettronici modifica sia il loro rapporto con la solitudine, sia il modo di instaurare relazioni sociali. È vero anche, d´altro canto, che la geografia della città e dell´ambiente si trasforma. Tuttavia, non è detto che la necessità di aprire spazi pubblici per i bambini e gli adolescenti non resti ancora una necessità urgente. Un mio collega, David Lepoutre, ha scritto un libro molto interessante sull´etnologia della città, Coeur de banlieue, pubblicato nel 1997 da Odile Jacob. Lepoutre insegnava, all´inizio degli anni Novanta, nel quartiere della Courneuve e la Cité des Quatre Mille e aveva avuto modo di notare che i bambini, a volte molto piccoli e per la maggior parte figli di genitori immigrati, tendevano a formare delle bande, la cui prima occupazione era di appropriarsi del territorio, del loro ambiente, trasformandolo attraverso l´immaginazione: inventavano frontiere, luoghi straordinari e persino riti d´iniziazione. In queste bande di preadolescenti e adolescenti c´erano ragazzi di diverse età, ed era verso i sedici anni il periodo in cui avveniva la selezione tra chi abbandonava la banda e chi entrava invece nel mondo della delinquenza, sollecitato da traffici di tutti i generi.

Senza la pretesa di paragonare il giardino di Luxembourg degli anni ´50 e le banlieue degli anni ´90 o di oggi, vorrei suggerire l´idea che i temi del gioco, dello spazio e dell´infanzia hanno da molto tempo una portata sociale e politica fondamentale. Uno dei problemi delle banlieue è che gli spazi di cui i giovani cercano di appropriarsi non sono spazi pubblici, semplicemente perché gli spazi pubblici non esistono o comunque non esistono più oggi. L´immaginario corre liberamente senza un ambiente circostante che lo accolga e dunque senza una protezione simbolica. Il miracolo dei giardini pubblici è dovuto al fatto che sono un bene che permane. Le Tuileries o il Luxembourg non sono cambiati da quando Proust o Anatole France li frequentavano da bambini. Ma, dato il decentramento della capitale verso le periferie, questi giardini fungono da spazi pubblici solamente per una manciata insignificante di favoriti.

Uno degli obiettivi del Grand Paris, di cui si parla tanto oggi, dovrebbe essere la creazione, vicino agli edifici scolastici, di luoghi perenni, tra i quali i giardini pubblici restano ancora oggi il miglior esempio. Questi luoghi dovrebbero manifestarsi in modo spettacolare e simbolico come degli spazi pubblici, situarsi in prossimità di edifici pubblici, di teatri o di cinema, non limitarsi alla riduttiva funzione di luoghi di passaggio ma restare aperti, in quanto spazi ludici, alle iniziative dei giovani.

Alla fine tutto è politico. Va bene creare stadi, piscine, luoghi strutturati per la formazione di “corpi efficacemente disciplinati”, ma è bene anche lasciare che si crei qualche luogo di libera espressione di sé e di confronto con gli altri in spazi che permettono tutto senza nulla imporre. Recentemente mi è capitato di vedere dei ragazzi molto giovani e di talento che si allenavano con lo skateboard la domenica vicino alla fontana di Trocadéro, sotto uno sguardo vagamente preoccupato ma allo stesso tempo ammirato dei passanti e dei turisti. Spero che potremo ancora per lungo tempo continuare a osservarli giocare e sfidarsi nel cuore di Parigi. È il loro modo per crescere ed educarsi.

Traduzione di Chiara Pavan

Il testo è parte dell´intervento che Marc Augé terrà a “Tocatì”, il Festival Internazionale dei Giochi in Strada che si terrà da oggi al 26 settembre a Verona, organizzato dall´Associazione Giochi Antichi e dal comune. Il Paese ospite dell´ottava edizione è la Svizzera

I nuovi intellettuali della terra

Data di pubblicazione: 18.07.2010

Autore: Petrini, Carlo

In nuce, alcuni tratti fondamentali di un possibile nuovo rapporto fra politica, territorio, lavoro manuale e saperi. La Repubblica, 18 luglio 2010 (f.b.)

Oggi in Italia non è facile inquadrare la figura del contadino. È un mondo in parte sommerso e davvero molto sfaccettato. Quel che è sicuro è che sono pochi, sempre più anziani, spesso immigrati e tutti in grande difficoltà economica. Sono una categoria debole perché sono passati dall´essere quasi metà della popolazione attiva nel secondo dopoguerra a uno scarso cinque per cento: in termini di voti contano pochissimo e non è difficile capire perché siano una lasciati un po’ a se stessi. Oggi fare agricoltura è quasi regolarmente un’attività in perdita, i giovani non vogliono ripetere la vita dura dei loro padri e, se non si metteranno in atto cambiamenti rilevanti, non ci saranno grandi prospettive. Non è un caso che siano molti gli immigrati nelle nostre campagne, alcuni regolari e anche ben pagati, oppure irregolari in nero, braccianti per pochi euro. Però sono tutti molto preziosi, perché svolgono mansioni che nessuno sa o vuol più fare.

Insomma, si può dire che il contadino continui, nella sua miglior tradizione, a essere l’ultima ruota del carro. Da quando ha smesso di fare parte di una massa consistente, poi, ha anche perso appeal agli occhi dei politici, che fino a una ventina d’anni fa li corteggiavano regolarmente. Infatti chiedersi se il contadino è di destra o di sinistra oggi non ha più molto senso. Va dato atto alla Lega di aver prestato attenzione ad alcune rivendicazioni di una loro parte, quella più “industrializzata”, ma credo che il contadino oggi si ponga in un contesto politico ben lontano dalle attenzioni dei partiti. È aggrappato alla terra e strozzato da un mercato senza pietà, vive isolato in campagne assediate dal cemento, dove praticare un po’ di socialità, anche solo per svagarsi, è impresa ardua.

Tuttavia questo suo essere “fuori categoria” può diventare una grande opportunità: sono sempre meno rari i casi di nuovi contadini, giovani, che attuano un’agricoltura rispettosa degli ecosistemi e che mettono in pratica forme di commercio originali per andare incontro ai cittadini. Usano Internet e vanno a vendere in città, nei mercati. Hanno studiato e continuano a studiare per rendere le loro produzioni migliori, sia dal punto di vista qualitativo sia in termini ambientali, facendo tesoro della tradizione ma con tanta creatività e spirito d’innovazione. Si può dire che siano i nuovi intellettuali della terra, gli ultimi baluardi che difendono il buono e il bello che sa generare il nostro Paese.

La speranza è che questa generazione cresca e diventi contagiosa, fornendo un modello nuovo a tanti ragazzi in cerca di un impiego che non sia alienante, che dia soddisfazione. Non dimentichiamo mai che i contadini producono il nostro cibo, tra le poche cose cui proprio non potremo mai rinunciare: sono un patrimonio di tutto il Paese ed è giusto che trovino alleati nei consumatori, i quali devono trasformarsi in co-produttori, amici dei contadini, i loro difensori per costruire insieme un nuovo sistema alimentare. Non escludo che in un territorio così fertile, poco esplorato e poco concupito dalla politica, possano nascere molti dei leader di domani, decisamente “fuori casta” e per fortuna “fuori categoria”.

Davide e Golia, la tenzone tra la Medicina Omeopatica e l'industria del farmaco convenzionale.

Perchè l’omeopatia sarà sempre osteggiata e perchè si farà sempre di tutto per screditarla.

La pausa estiva ha regalato più tempo per la lettura e più spazio alla riflessione. Due libri appena pubblicati mi hanno colpito per il tema e la franchezza del contenuto. Il primo del cardiologo Marco Bobbio, edito da Einaudi ha per titolo “ Il malato immaginato – i rischi di una medicina senza limiti”, il secondo del medico plurispecializzato Domenico Mastrangelo edito da Salus Infirmorum dal titolo “Il tradimento di Ippocrate – la medicina degli affari”. Entrambi i testi trattano di un tema molto pressante nel mondo medico scientifico odierno: il disease mongering (la commercializzazione di malattie) e cioè l’ingerenza, ormai senza più etica, del mondo economico farmaceutico nel campo della ricerca scientifica e, indirettamente, della gestione della salute del mondo occidentale. La loro lettura descrive e chiarisce molti aspetti poco conosciuti delle dinamiche che regolano il marketing e le pressioni da parte delle case produttrici di farmaci sia sul medico che sul paziente. La loro lettura può essere utile sia ai medici che ai pazienti per avere una visione fuori dal coro di un mondo di informazione scientifica quasi interamente gestito e finanziato delle stesse produttrici di farmaci. Dalle lettura di questi ultimi due libri e altri simili pubblicati negli ultimi anni è scaturita una riflessione riguardo al rapporto tra il businnes farmaceutico e le Medicine non convenzionali, in particolare tra queste, la più utilizzata, l’omeopatia.
L’immagine di Davide e Golia mi sembrava adatta a rappresentare un tema di queste proporzioni economiche e sociali. I guardiani dell’impero economico farmaceutico vigilano da sempre con grande attenzione sul futuro delle loro aziende e difendono con grande accanimento i dividendi dei loro azionisti.
Da anni però hanno preso piede, nel mercato farmaceutico, realtà produttive di farmaci omeopatici che hanno avuto fino ad oggi una crescita continua.
Infatti l’omeopatia si è diffusa con successo in tutto il mondo ed è diventata la pratica medica non convenzionale più popolare in Europa e negli Stati Uniti.
Nel vecchio continente il mercato dell’omeopatia ha raggiunto nel 2009 il fatturato di 1,09 miliardi di € e conta circa 125 milioni di utilizzatori.
Anche l’Italia è uno dei mercati più importanti dopo Francia e Germania per l’omeopatia: nel 2009 il fatturato è stato di 300 milioni di €, con 18 aziende che danno lavoro a 1200 dipendenti e versano alle casse dello Stato 50 milioni di € in contributi e imposte.
Il fatturato del mercato omeopatico rappresenta solo l’1% dell’intero comparto farmaceutico pertanto molto lontano dai risultati delle Big Pharma.
Però le case omeopatiche stanno crescendo in modo continuo da 20 anni. Per esempio i Laboratoires Boiron, leader mondiale nella produzione dei farmaci omeopatici, hanno chiuso il 2009 con un aumento del fatturato del 12,7%, per un totale di 526 milioni di €.  E’ andata ancora meglio  a Boiron Italia con in incremento del 14,5%.
Ho sempre pensato che, viste le dinamiche che reggono l’economia, il giorno in cui le Big Pharma si fossero accorte che la produzione di omeopatici poteva diventare un affare remunerativo probabilmente avrebbero acquisito le aziende del settore, come hanno fatto per i laboratori di vaccini qualche anno fa, e il percorso del riconoscimento scientifico dell’omeopatia  non avrebbe più trovato ostacoli.
Infatti le agenzie di marketing delle case farmaceutiche, che lavorano in modo eccelso con i farmaci convenzionali, avrebbero sicuramente trovato il modo di spianare la strada al riconoscimento dell’omeopatia utilizzando l’ormai consolidato meccanismo della “tenaglia” ormai rivelato da innumerevoli documenti pubblicati dalle più prestigiose riviste scientifiche: da una parte si sostiene la ricerca scientifica e si pagano opinion leader dell’area scientifica per promuovere un prodotto, dall’altra si organizzano e si sostengono economicamente associazioni di pazienti che richiedono quel prodotto per la loro patologia ed ecco che l’effetto tenaglia sulla pubblica amministrazione si realizza con machiavellica certezza: bisogna poter offrire al cittadino quel prodotto per assicurargli la salute.
  Nel tempo mi sono reso conto che tutto ciò difficilmente potrà accadere. Non perchè l’omeopatia non sia scientificamente sostenibile ma semplicemente a causa di un banale calcolo ed analisi di mercato e di un confronto con i risultati dei lavori cost-effectiveness più importanti realizzati in questi ultimi anni (vedi Università di Berlino).
In questi lavori scientifici i risultati dei trattamenti omeopatici parlano di risparmi medi di circa il 50% sui farmaci convenzionali e circa il 50% degli esami di laboratorio e strumentali. Questo vuol dire che in Italia per esempio si potrebbero risparmiare, solo di farmaci convenzionali, 15 miliardi di € all’anno, che si tradurrebbero in perdita per le Big Pharma. Questo sarebbe il loro ritorno se sostenessero l’Omeopatia.
Confrontato con l’ipotetico fatturato dell’omeopatia se impiegato per assurdo, da tutti i cittadini italiani (1,5 miliardi di €) la perdita  per le Big Pharma si attesterebbe a 13,5 miliardi di €.
In altre parole sarebbe un suicidio finanziario.
Ed ecco che inspiegabilmente, nonostante gli aspetti innovativi e moderni proposti dall’omeopatia (assenza di effetti collaterali, buoni risultati clinici, terapia personalizzata, netta riduzione delle patologie croniche, maggior consapevolezza e attenzione per la propria salute) assistiamo ad attacchi su tutti i fronti (dai mass media più popolari alle riviste scientifiche) per screditare l’omeopatia e negare il diritto di un approfondimento di ricerca.
Come ho sempre sostenuto i lavori scientifici a sostegno dell’omeopatia sono assolutamente insufficienti, ma i risultati sono socialmente molto interessanti, sia per gli effetti clinici che per il risparmio in termini economici, pertanto sarebbe logico approfondire la ricerca e scoprirne ogni possibilità di sfruttamento clinico.
Inoltre il messaggio che sottende la medicina omeopatica è un richiamo alla maggior fiducia nelle capacità di omeostasi e di guarigione del nostro corpo, è un ritorno alle forme più ecologiche e naturali per la guarigione. E’ un messaggio che rifiuta l’inquinamento talvolta drammatico che gli stabilimenti di produzione di certi farmaci convenzionali hanno prodotto in certe regioni del mondo.  E’ un messaggio che ci richiama all’approccio clinico attendista, a quella che si sta delineando la nuova clinica, la slow medicine, quella che rispetta maggiormente i tempi e le modalità  biologiche di guarigione. In altre parole è un messaggio pericoloso per certi interessi economici e quindi va limitato e contenuto se non addirittura ostacolato e soppresso.
Possiamo sperare che i risultati di efficacia clinica dell’omeopatia che ogni giorno milioni di cittadini del mondo provano sulla propria pelle siano il volano inarrestabile di un nuovo corso della medicina. Una medicina futura che non sia più schiava come è oggi del più spregiudicato utilizzo di enormi risorse economiche per condizionare la ricerca e l’evoluzione scientifica per l’interesse di pochi, ma che possa dare alla popolazione mondiale altre risposte in termini di benessere e salute , economicamente sostenibili anche dai paesi più poveri.

http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/blog/grubrica.asp?ID_blog=281&ID_articolo=23&ID_sezione&sezione

Buttiamo troppo cibo un decalogo antispreco

da repubblica.it
LUNEDÌ, 12 LUGLIO 2010

ROMA – In Italia si butta una quantità di cibo sufficiente a sfamare tutti gli spagnoli. Non solo: 4mila tonnellate di alimenti vengono acquistati dagli italiani e buttati ogni giorno, 6 milioni in un anno. Non siamo i soli a sprecare. In Gran Bretagna si gettano nella spazzatura 6,7 milioni di tonnellate di cibo all´anno. In Svezia le famiglie buttano il 25 per cento degli alimenti acquistati. Ma arriva un decalogo antispreco.

ANTONIO CIANCIULLO

ROMA – Nella cultura contadina lasciare un frutto sulla pianta al momento del raccolto era considerato un segno di empatia verso la natura, un sottolineare le radici comuni. La modernità ha trasformato questo atto simbolico in uno spreco colossale. In Italia tra il momento in cui pomodori e zucchine abbandonano i campi e quello in cui finiscono nel nostro piatto si butta una quantità di cibo sufficiente a sfamare tutti gli spagnoli. Non solo: si parla di 4mila tonnellate di alimenti acquistati dagli italiani e buttati in discarica ogni giorno, 6 milioni in un anno.
E in questo impegno dissipatorio siamo in buona compagnia. In Gran Bretagna si gettano ogni anno nella spazzatura 6,7 milioni di tonnellate di cibo ancora perfettamente utilizzabile e 10 miliardi di sterline. In Svezia ogni famiglia butta in media il 25 per cento degli alimenti acquistati. Negli Stati Uniti si arriva al 40 per cento. Numeri impressionanti e destinati a salire visto che dal 1974, nel mondo, lo spreco alimentare è aumentato del 50 per cento e continua a crescere. Per invertire questo trend è partita la campagna «Un anno contro lo spreco 2010», ideata da Andrea Segrè, preside della facoltà di Agraria dell´università di Bologna, e promossa da Last Minute Market con il patrocinio del Parlamento europeo. Gli organizzatori, con il sostegno di Eni e Telecom, premieranno le buone pratiche e organizzeranno a Bruxelles e a Bologna pranzi contro lo spreco basati su un menu prodotto con alimenti di recupero: cibi perfetti sotto il profilo sanitario e organolettico ma in origine destinati alla discarica.
E qualcosa si sta già muovendo in direzione di una correzione di rotta. Da uno degli ospedali di Bologna si recuperano ogni giorno 30 pasti pronti presso la mensa, per un valore complessivo di oltre 35 mila euro all´anno. A Ferrara si recuperano, presso le farmacie comunali, farmaci da banco per 11.300 euro all´anno. A Verona otto mense scolastiche recuperano 8 tonnellate all´anno di prodotto cotto che corrispondono a circa 15 mila pasti. «Vogliamo moltiplicare questi casi positivi in tutta Italia», propone Segrè. «Gli sprechi vengono spesso visti a senso unico, guardando solo attraverso la lente etica. Ma non è dando ai poveri gli avanzi dei ricchi che si può pensare di risolvere squilibri sociali che vanno affrontati con altri strumenti. Lo spreco alimentare è innanzitutto il fallimento del mercato, la negazione della logica dell´efficienza senza la quale l´impatto dell´esistenza umana è destinato a diventare insostenibile. In Italia buttiamo una quantità di cibo sufficiente a sfamare tre quarti della popolazione. È una perversione del sistema produttivo creata da meccanismi che incentivano gli sprechi perché non riconoscono il valore del danno ambientale prodotto e il suo costo per la collettività: ogni tonnellata di rifiuti alimentari genera 4,2 tonnellate di CO2». L´originalità di questa campagna, che verrà presentata mercoledì prossimo nelle sede romana del Parlamento europeo, è riassunta dallo slogan «-Spr+Eco, Formule per non alimentare lo spreco». Uno spreco che riguarda tutte le fasi della filiera alimentare. Nei nostri campi rimane a marcire la stessa quantità di frutta e verdura che consumiamo. La distribuzione al dettaglio butta il cibo sufficiente a fornire tre pasti ai giorno agli abitanti di Genova. L´industria agroalimentare produce sprechi che alimenterebbe il Veneto per un anno.
Oltre a intervenire nel momento della raccolta e della lavorazione, bisogna riorganizzare anche la distribuzione. «Ad esempio», suggerisce Segrè, «quando noi prendiamo uno yogurt da uno scaffale del supermercato e vediamo che scade dopo un paio di giorni lo rimettiamo a posto e ne cerchiamo un altro che dura di più. Così finisce che quel vasetto di yogurt, ancora buono, si trasforma in rifiuto con un danno economico per tutti, perché il costo dello spreco viene caricato sugli altri yogurt. Perché allora non venderlo con uno sconto?»

Con l'acqua virtuale contenuta in cibo e merci si prosciugano i Paesi in via di sviluppo


da greenreport.it
19 aprile 2010


FIRENZE. Con il termine “acqua virtuale” (attribuito una ventina di anni fa dal geografo Tony Allan) viene definita la quantità di acqua necessaria per fabbricare un prodotto. E’ acqua che non si vede ma importantissima nella gestione complessiva delle risorse idriche. Per questo motivo gli scienziati dell’Unesco hanno calcolato la quantità di acqua virtuale contenuta nelle varie merci e gli import ed export dai vari continenti.
Secondo studi recenti, uno di questi è stato curato dall’associazione britannica Royal Society of engineers, anche per l’acqua virtuale i paesi del nord del mondo esercitano un pressione insostenibile sui paesi in via di sviluppo, che hanno già risorse limitate e che rischiano di essere prosciugate.
Con le merci, che prevalentemente si dirigono verso occidente, viene quindi  trasportata anche l’acqua virtuale necessaria per produrle. Secondo la Royal Society of engineers, due terzi del totale dell’acqua utilizzata per produrre alimenti e bevande per la sola Gran Bretagna, viene da paesi che già soffrono per le poche risorse idriche disponibili.
In sostanza i paesi in via di sviluppo, spinti dalla richiesta di merci dall’Occidente, stanno utilizzando gran parte delle loro risorse per prodotti d’esportazione, rischiando così di restare a corto d’acqua. «Secondo le previsioni, quando la popolazione mondiale supererà gli 8 miliardi, cioè tra 20 anni, la domanda generale di cibo e energia crescerà del 50% e quello di acqua del 30%, il che potrebbe determinare una crisi idrica mondiale. E’ necessario quindi – dichiarano dall’associazione – prendere precauzioni immediate».
Nello specifico dell’acqua virtuale ciò vuol dire inserire questi elementi di conoscenza, relativamente recenti, a livello di pianificazione, applicando la contabilità ambientale che “pesi” in modo corretto ed equo anche questo impatto sulla risorsa idrica che non può essere “esternalizzato”.

Mahatma Gandhi

“Sulla terra c’è abbastanza per soddisfare i
bisogni di tutti ma non per soddisfare l’ingordigia di pochi. Sono le
azioni che contano. I nostri pensieri, per quanto buoni possano essere,
sono perle false fintanto che non vengono trasformati in azioni.Sii il
cambiamento che vuoi vedere avvenire nel mondo”.