Allattamento: successi e fallimenti

Negli anni sessanta con l’inizio del processo di industrializzazione anche la nascita e la cura del bambino hanno subito notevoli trasformazioni. Prima di quegli anni era naturale e necessario nutrire i propri cuccioli con esclusivo latte materno ed esistevano pure le figure delle balie di mestiere. Con l’industrializzazione viene messa in discussione la consueta dinamica dell’allattamento materno a favore di una “emancipazione” femminile e di prodotti industriali controllati e istituzionalmente certificati. Ancora adesso subiamo gli strascichi di questo atteggiamento seppur sulla carta l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) abbia restituito al latte materno il ruolo di elemento nutritivo per eccellenza.

Gli strascichi si osservano nella frequente insicurezza e timore di molte di noi nell’affrontare questo delicato momento il cui inizio intercorre dopo l’esperienza travolgente del parto e spesso l’ambiente che ci circonda non ci aiuta. Un buon esito del parto favorisce l’approccio iniziale all’allattamento, grazie ancora al contributo degli ormoni, ossitocina e prolattina e al senso di felicità e onnipotenza che abita una donna che è riuscita a partorire da sola e venera il suo prezioso bambino come fosse un essere divino.

Appena nato il bambino ricerca assiduamente il seno della madre e dopo pochi giorni imparerà a riconoscerne l’odore tra i milioni che percepirà nel nuovo mondo. Le prime ore dopo il parto sono fondamentali per favorire la produzione di colostro, il latte denso di anticorpi utili al bambino per affrontare le “aggressioni esterne” e anche per favorire la montata lattea che darà il via ad una intensa produzione di latte. E’ molto importante accompagnare la donna in questi primi giorni, qualora ne avesse bisogno, con una buona dose di fiducia e di senso di autodeterminazione, senza imporre la situazione più comoda per chi la segue e più sconveniente per il bambino e per la sua futura crescita.

Il latte materno è un latte vivo, vitale, creato ad hoc per il nostro cucciolo. C’è una bella differenza tra il mangiarsi un frutto fresco appena colto dall’albero e una compressa di complesso multivitaminico. Più o meno questa è la differenza nutrizionale ed esperienziale tra latte materno e latte artificiale. Altro aspetto non secondario è il senso di appartenenza e la relazione di amore che l’allattamento consente di sperimentare e potenziare, anche se non è l’unica modalità possibile.

L’organismo del bambino è vergine ed oltre ad impegnarsi nell’attività di respirare, deve apprendere anche come difendersi e come nutrirsi; il rapporto simbiotico con la madre garantisce e supporta questo importante sforzo energetico. Il primo anno di vita è un continuo adattamento di tutto l’organismo, il sistema nervoso, immunitario, ormonale, l’apparato digerente; così ci si spiega il perché di tanta dipendenza e di come, la presenza della madre, sia l’unica che realmente interessa al bambino. Anche la madre deve affrontare un’epoca di grandi adattamenti, a partire dal suo corpo che si modifica di giorno in giorno, fino a saper riconoscere i bisogni del proprio figlio e imparare come soddisfarli, adattarsi in un nuovo ruolo integrato nel resto della sua esistenza.

“Non hai latte, serve dare l’aggiunta”, “il tuo latte non è abbastanza nutriente”, “il bambino non cresce abbastanza…allora forse sei tu, il tuo latte”, “aiuto! Un principio di ragadi, smetti immediatamente, tanto c’è il latte artificiale”.

Quante volte ho sentito ripetere frasi simili, demotivanti, avvilenti, controproducenti. Ogni vita umana è un caso a sé stante; spesso osservando e sentendo si trovano risposte a problemi che sembrano invalicabili. Il bambino e il nostro corpo inviano segnali quando è in atto un disequilibrio che va riconosciuto e che spesso si trova più in profondità del mero allattamento. Talvolta la sola presa di coscienza, l’ascolto sono terapeutici, proprio perché siamo biologicamente determinate a fare questo “mestiere”, e che lo vogliamo o no ce la possiamo fare!

Dr.ssa Marina Giulia Gandossi