Il tempo è sostenibilità: riprendiamocelo

22 settembre 2011

Alessandro Farulli
«Nel breve arco di sei o sette generazioni, la tecnologia ha determinato una rapida trasformazione di una scala che è rimasta immutabile per millenni nella mentalità umana. Grazie alla tecnologia il tempo tradizionalmente necessario per produrre un bene, scavare un tunnel, trasportare merci e persone da un punto all’altro del pianeta, fornire informazioni e fare un calcolo è sensibilmente diminuito. (…) Nel termini della quantità di tempo necessaria per la produzione, il trasporto o la comunicazione, il valore di un’ora in questo mondo è aumentato fino a quello che – nel vecchio mondo – era il valore di un mese, un anno o un decennio». Lo sostiene in un libro, considerato il suo testamento intellettuale, l’economista Tommaso Padoa-Schioppa (Nella foto), recentemente scomparso, di cui oggi il Corriere della Sera pubblica uno stralcio. Il tempo, dunque, quello che anche per colui che ha aperto la via alla moneta unica fa venire il fiato corto alle democrazie. Una tesi anche da noi sostenuta come una delle variabili a cui metter mano per contrastare la crisi mondiale. E’, infatti, il mercato che detta i “tempi”, che detta «l’agenda politica economica» creando così un ulteriore divario nel divario già enorme tra «lo spazio di azione dei mercati e quello delle politiche pubbliche». Una situazione dove «le istituzioni preposte alle politiche necessarie per sostenere i mercati continuano a fare capo esclusivamente agli Stati-nazione, che interpretano la sovranità in termini assoluti e rifiutano di riconoscere un’autorità superiore alla loro».
Per Padoa-Schioppa si può dire senza mezzi termini che ad oggi i «policy maker» hanno «abdicato alle loro responsabilità istituzionali». Da qui una crisi senza precedenti. Crisi politica quindi, ancor prima che economica, che è poi e anzi sua diretta conseguenza.
Questo, secondo l’economista, ha generato “l’ottica di breve periodo” considerata ‘insidiosa poiché non considera i molti aspetti della vita umana e della realtà economica per cui la scala temporale non è cambiata. Una prospettiva di breve periodo può prolungare una bolla e ritardare il momento in cui si impongono nuovamente i fondamentali economici; non può sostenere in modo permanente ciò che non è sostenibile. Se cerca di farlo, diventa una forma di illusione temporale destinata a terminare con un brusco risveglio». Visione confermata dal livello raggiunto dalla finanziarizzazione informatizzata appunto dell’economia che ha schiantato definitivamente qualsiasi possibilità di risposta progettuale. Per questo da tempo riteniamo che o si agisce per ripristinare proprio i tempi di riflessione umana e collettiva subordinando le azioni finanziarie ai tempi della prima o sarà il default delle economie occidentali.
E questo porta con sé altre riflessioni, basti pensare all’ecologia e a cosa questa accelerazione comporta in termini di consumi di energia e di materia. L’aggravante, poi, è che se qualcuno pensa – o pensava – che paradossalmente la risposta “migliore” al momento potesse arrivare da quelli Stati-nazione (vedi la Cina) in grado di prendere decisioni in tempi quasi vicini a quelli dell’economia informatizzata, oggi può fare una riflessione di fronte alle immagini che arrivano proprio del Dragone. Si chiamano città fantasma (http://www.repubblica.it/esteri/2011/09/22/foto/cina_su_google_maps_le_citt_fantasma-22035800/1/) visibili solo grazie alle foto scattate dal satellite di Google Maps e che mostrano migliaia di case, edifici e strade deserte. Città come Kangbashi, costruita in cinque anni e pronta ad ospitare 1,5 milioni di persone mai arrivate. Si tratta del fenomeno della bolla speculativa «che ha spinto il governo cinese a creare altre soluzioni abitative rimaste però un flop. Sono circa 64 milioni le case disabitate delle 20 città che ogni anno vengono edificate nelle distese meno popolate dell’enorme territorio cinese».
La globalizzazione, che prometteva benessere e democrazia, ci ha sottratto il tempo, cioè la stessa possibilità di esercitare la democrazia da parte degli esseri umani, che è socialità e incontro. Il benessere si è trasformato in consumo. L’erosione del tempo, la schiavitù del lavoro (per chi ce l’ha) e l’ossessione del lavoro (per chi non ce l’ha) hanno costretto la liberazione umana in un recinto ben guardato, dai poteri dittatoriali dove ci sono e dalla manipolazione dei media e delle informazioni dive le democrazie di mercato somigliano sempre più ad un mercato della democrazia. Il nostro tempo è obbligato dalle due funzioni di consumatori e spettatori e la cittadinanza diventa un’optional elettorale o addirittura un atto sovversivo se esce dal recinto dell’ovvietà massificata.
Per una visione lunga, che è pianificazione, che è sostenibilità, bisogna riappropriarsi della variabile tempo. Adattarsi non è possibile. Servono regole e servono regole condivise. Anche perché queste accelerazioni temporali che dovevano darci più tempo, purtroppo ce lo hanno tolto, e il prezzo da pagare è altissimo. Il tempo non è più solo denaro, ma è sostenibilità.

L'ESPERIMENTO «Superata la velocità della luce»

Il Cern ufficializza i risultati delle rilevazioni sui neutrini
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Maximiliano Sioli, membro dell’esperimento «Opera»: «Così abbiamo misurato la velocità dei neutrini»
di Alessia Rastelli
MILANO – C’è la conferma ufficiale: la velocità della luce è stata superata. I neutrini sono più veloci della luce di circa 60 nanosecondi su una distanza di 730 km (6 km/secondo in più). Il risultato è stato ottenuto dall’esperimento Cngs (Cern Neutrino to Gran Sasso), nel quale un fascio di neutrini viene lanciato dal Cern verso i Laboratori del Gran Sasso dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (Infn).

L’ESPERIMENTO – Il risultato si deve alla collaborazione internazionale «Opera», che con i rivelatori che si trovano nei Laboratori del Gran Sasso ha analizzato oltre 15.000 neutrini tra quelli che, una volta prodotti dall’acceleratore del Cern Super Proton Synchrotron, percorrono i 730 chilometri che separano il Cern dal Gran Sasso. I dati, che saranno presentati nella giornata di venerdì a Ginevra, dimostrano che i neutrini impiegano 2,4 millisecondi per coprire la distanza, con un anticipo di 60 miliardesimi di secondo rispetto alla velocità attesa. L’analisi dei dati, raccolti negli ultimi tre anni, dimostra che i neutrini battono di circa 20 parti per milione i 300.000 chilometri al secondo ai quali viaggia la luce.

Una scoperta che potrebbe riscrivere la fisica
L’analisi di Giovanni Caprara
CAUTELE – «Abbiamo sincronizzato la misura dei tempi tra il Cern e il Gran Sasso con un’accuratezza al nanosecondo e abbiamo misurato la distanza tra i due siti con una precisione di 20 centimetri», ha detto Dario Autiero il ricercatore che presenterà i dati al Cern. «Nonostante le nostre misure abbiano una bassa incertezza sistematica e un’elevata accuratezza statistica – ha aggiunto – e la fiducia riposta nei nostri risultati sia alta, siamo in attesa di confrontarli con quelli provenienti da altri esperimenti». Il Cern stesso rileva in una nota che «considerando le straordinarie conseguenze di questi dati, si rendono necessarie misure indipendenti prima di poter respingere o accettare con certezza questo risultato. Per questo motivo la collaborazione Opera ha deciso di sottoporre i risultati a un esame più ampio nella comunità». I dati saranno quindi presentati venerdì pomeriggio in un seminario nel Cern di Ginevra e lunedì in un seminario nei Laboratori del Gran Sasso. «Quando un esperimento si imbatte in un risultato apparentemente incredibile e non riesce a individuare un errore sistematico che abbia prodotto quella misura, la procedura standard è sottoporlo ad una più ampia indagine», ha osservato il direttore scientifico del Cern, Sergio Bertolucci. «Se questa misura fosse confermata – ha aggiunto – potrebbe cambiare la nostra visione della fisica, ma dobbiamo essere sicuri che non esistano altre, più banali, spiegazioni. Ciò richiederà misure indipendenti».

Vacilla la teoria di Einstein?

L’ESPERIMENTO – Inaugurata nel 2006 per studiare il fenomeno dell’oscillazione (che porta i neutrini a trasformarsi da un tipo a un altro fra quelli che appartengono alle tre famiglie note), la collaborazione Opera è condotta da un gruppo di ricerca che comprende circa 160 ricercatori di 11 Paesi (Belgio, Croazia, Francia, Germania, Israele, Italia, Giappone, Corea, Russia, Svizzera e Turchia).
Redazione Online
23 settembre 2011 19:17

La terra, la natura e la crisi globale

La Gazzetta del Mezzogiorno, martedì 20 settembre 2011

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

Nel capitolo 25 del libro biblico del Levitico Dio dice chiaramente al suo popolo che la terra è sua e che chi ha accumulato ricchezze, coltivando la terra, ogni 50 anni deve ridividerle fra tutto il popolo. Non devono aver dato molto retta a Dio i suoi seguaci, perché, col passare del tempo qualcuno, un re, si è dichiarato padrone di tutte le terre e ha messo a coltivarle, sotto il suo comando, i suoi servi che gli dovevano dare la maggior parte dei raccolti. In seguito il re si è dato alla dolce vita spendendo più di quello che ricavava vendendo i frutti della terra e ha dovuto vendere una parte dei suoi terreni a qualcuno dei suoi servi che aveva fatto buon uso del salario; il nuovo padrone si è messo a coltivare la terra facendo lavorare i servi più poveri. A poco a poco, sotto il re, si è formata una nuova classe di piccoli o grandi proprietari terrieri che, grazie alla nuova ricchezza, sono diventati principi e capi, ciascuno dei quali, per pagare i propri lussi, ha dovuto a sua volta vendere una parte della terra; si è così arrivati all’attuale frazionamento delle terre coltivabili, in piccoli o grandi pezzetti. Fino a quando i pezzetti sono diventati così piccoli o così sterili che le rese agricole sono diminuite e le terre sono state abbandonate.

Gli economisti del Settecento consideravano che la fonte della ricchezza e del benessere era costituita dalla terra; gli economisti dell’Ottocento consideravano che la fonte dei valori andava cercata nelle fabbriche; quelli del Novecento hanno creduto che la fonte dei valori stesse nel capitale, cioè nei soldi. Nel frattempo sono aumentati la popolazione mondiale e la richiesta di alimenti, l’unica cosa che non può essere ricavata dalle miniere o dalle fabbriche ma che può essere fornita soltanto dalla terra. Così, già dal tempo della grande crisi degli anni trenta del Novecento, chi possedeva i capitali ha comprato, con la scusa di aumentare le produzioni, vaste estensioni di terre espropriando o mandando via le popolazioni che dalla propria terra traevano cibo e sussistenza.

Alcuni scrittori hanno cercato, con le proprie opere, di mostrare gli effetti perversi di questo sradicamento dei popoli dalla terra. Margaret Mitchell nel romanzo “Via col vento” (1937) racconta che, dopo la guerra di secessione americana (1861-1865), i capitalisti degli stati del Nord compravano a prezzi stracciati le terre dei “signori” del Sud. Il vecchio O’Hara ricorda alla figlia Rossella, che vorrebbe adeguarsi alle nuove regole economiche: “La terra è la sola cosa per cui valga la pena di vivere e morire, la sola cosa che duri”. Il libro “Furore” (1939) di John Steinbeck racconta il dramma delle famiglie di piccoli agricoltori che, negli anni della grande crisi degli anni trenta, vengono cacciate via dalle loro piccole proprietà dalle banche con cui si erano indebitate e sono costrette a migrare verso terre lontane o ostili a cercare lavoro da salariati. Riccardo Bacchelli, nel libro “Il mulino del Po” (1939), racconta la storia dei piccoli agricoltori del Polesine costretti, dal nuovo padrone delle loro terre, a diventare salariati.

In questi anni della crisi finanziaria del Duemila la fonte di denaro viene cercata ancora di più nella terra; grandi gruppi multinazionali, con la complicità di governanti corrotti e approfittando della miseria dei nativi, stanno comprando, soprattutto nei paesi africani e asiatici, grandissime estensioni di terre i cui abitanti, piccoli agricoltori e interi villaggi, sono costretti, letteralmente per sopravvivere, a migrare o a vendere a basso prezzo il proprio lavoro. Vari studi recenti mostrano che, investendo i propri capitali, queste imprese trasformano le terre in grandi pascoli per l’allevamento “industriale” del bestiame da carne o in colture intensive di piante “energetiche”, capaci di produrre alcol come surrogato della benzina, o biodiesel, per rispondere alle crescenti richieste di carburanti alternativi a quelli del petrolio, per “sfamare” i quasi mille milioni di automezzi che circolano nel mondo.

Una situazione ben riflessa da frasi come “La banda degli hamburger”, per indicare chi distrugge le foreste per dare altra carne a chi è già obeso, o “Togliere il pane di bocca ai poveri per far funzionare i SUV dei ricchi”. Ironicamente alcune di queste operazioni, come la crescente richiesta di biocarburanti “rinnovabili”, sono fatte nel nome dell’ecologia e dell’ambiente, senza tenere conto che, oltre al costo umano e sociale di chi perde le proprie terre e il proprio villaggio, ci rimette anche la stessa natura perché la transizione comporta enormi consumi di acqua, di concimi, di pesticidi, provoca perdita di biodiversità. L’eccessivo sfruttamento intensivo dei suoli con monocolture si traduce ben presto in perdita della fertilità, in erosione del suolo, in frane e alluvioni: azioni che neutralizzano i presunti vantaggi ambientali. La natura, infatti, offre le proprie ricchezze soltanto a condizione che la si tratti secondo le sue proprie leggi, ben diverse da quelle del puro profitto del capitale.

L’ACQUA VIENE “INFORMATA” DAI PRINCIPI ATTIVI IN ESSA DILUITI.

Ufficio Stampa AIOT: Glebb & Metzger
Fabio De Carli   338‐3642542   011‐5618236   fdecarli@glebb‐metzger.it
COMUNICATO STAMPA

TEAM ITALIANO E FRANCESE, NUOVA SCOPERTA DELLA FISICA:
L’ACQUA VIENE “INFORMATA” DAI PRINCIPI ATTIVI IN ESSA DILUITI.
SI RIACCENDE IL DIBATTITO SULL’OMEOPATIA

La prestigiosa rivista scientifica Journal of Physics ha pubblicato il lavoro di ricerca “DNA, waves and
water” condotto sull’asse Italia – Francia dal Premio Nobel per la Medicina Luc Montagnier e dal fisico
Emilio Del Giudice. Nuove prospettive sul funzionamento dei medicinali omeopatici e omotossicologici

Milano, 22/07/2011 – Una delle riviste scientifiche più prestigiose al mondo, Journal of Physic, ha
pubblicato il lavoro di ricerca condotto da due gruppi di lavoro distinti, il primo francese coordinato dal
Prof. Luc Montagnier, Premio Nobel per la Medicina, con i tecnici e biologi Lavallè e Aissa, e il secondo
tutto italiano coordinato dal fisico Prof. Emilio Del Giudice, (IIB, International Institute for
Biophotonics, Neuss, Germany) con Giuseppe Vitiello (Fisico teorico del Dipartimento di Matematica
ed Informatica, Università di Salerno) e Alberto Tedeschi, ricercatore (White HB, Milano).

Montagnier ha scoperto che alcune sequenze di DNA possono indurre segnali elettromagnetici di bassa
frequenza in soluzioni acquose altamente diluite, le quali mantengono poi “memoria” delle
caratteristiche del DNA stesso. Questo significa innanzitutto che si potranno sviluppare sistemi diagnostici
finora mai progettati, basati sulla proprietà “informativa” dell’acqua biologica presente nel corpo umano:
malattie croniche come Alzheimer, Parkinson, Sclerosi Multipla, Artrite Reumatoide, e le malattie virali,
come HIV-AIDS, influenza A ed epatite C, “informano” l’acqua del nostro corpo (acqua biologica) della
loro presenza, emettendo particolari segnali elettromagnetici che possono essere poi “letti” e decifrati.
Possibili sviluppi di tale scoperta potrebbero quindi essere sia in termini diagnostici che di trattamento e
terapia delle malattie. I segnali elettromagnetici presenti nell’acqua infatti sono riconducibili alla presenza
o meno di una sua “memoria”, intervenendo sulla quale si prospettano ampie possibilità di trattamento e di
terapia, con la prospettiva di cambiare di fatto la vita a molti pazienti, costretti all’assunzione di
indispensabili farmaci salvavita che a volte recano però con sé il rischio di pesanti effetti collaterali.

Un’ipotesi di ricerca simile venne percorsa due decenni fa dal ricercatore francese Benveniste: la
scarsità di evidenze scientifiche a suffragio della sua teoria ne causarono all’epoca l’isolamento dalla
comunità scientifica, ma dopo molti anni quelle ipotesi tornano inaspettatamente di attualità. E’ opportuno
anche ricordare che la medicina omeopatica e omotossicologica sfrutta da sempre i principi fisici per cui
l’acqua può essere “informata” da sostanze in essa diluite: la ricerca di Montagnier, Del Giudice e Vitello
indica la strada per arrivare a una migliore comprensione dei meccanismi di funzionamento del paradigma
medico omeopatico ed omotossicologico, e pare creare la base per una futura generazione di rimedi
farmaceutici senza effetti collaterali, che basano il proprio meccanismo d’azione sull’acqua
“informata” dal segnale elettromagnetico prodotto da sostanze presenti in essa a bassissime
concentrazioni ed “attivata” tramite peculiari tecnologie chimico-fisiche. Essi acquisiscono così
proprietà curative, ma – grazie all’alta diluzione del principio attivo – sono privi di effetti collaterali.

In relazione alla pubblicazione del lavoro “DNA, waves and water”, il Prof. Giuseppe Vitiello ha
dichiarato: “Il dato molto importante da sottolineare è che una rivista ufficiale di fisica come il Journal of
Physics ha pubblicato per la prima volta una ricerca che normalmente sarebbe di competenza di un Journal
di biologia o medicina. Un passo ulteriore a dimostrazione che la moderna fisica quantistica può dare un
contributo fondamentale alle ricerche mediche di frontiera”.

Riferimento del paper: 5th International Workshop DICE2010, IOP Publishing “DNA waves and water” – L.
Montagnier, J. Aissa, E. Del Giudice, C. Lavallee, A. Tedeschi and G. Vitello – Journal of Physics: Conference Series
306 (2011) 012007 doi : 10.1088/1742-6596/306/1/012007. La pubblicazione sul Journal of Physics è liberamente
scaricabile dal sito ufficiale della rivista: http://iopscience.iop.org/1742-6596/306/1/012007

La crisi che non c’è

Si ostinano a parlare di crisi economica ma si dovrebbe parlare di idiozia politica.

Abbiamo radunato decine di ricercatori, docenti universitari, associazioni, imprenditori, intellettuali e artisti per dimostrare che ci raccontano bugie grosse come case. Da ieri è in corso la seconda edizione di Ecoshow, un incontro su web tv che cerca di fare il punto sulle ecotecnologie e gli eco-comportamenti in Italia e nel mondo. Quello che stiamo dimostrando è che se si volesse il rilancio economico del nostro paese potrebbe partire domani mattina.

Come si fa a parlare di disoccupazione quando la maggioranza delle case ha un consumo energetico tra i 140 e i 210 kilowattora (stima prudenziale), mentre in Austria, ma anche a Bolzano, è vietato costruire case che consumino più di 80 kilowattora? Sarebbe un affare colossale tagliare almeno del 50% i costi di riscaldamento. E vorrebbe dire isolare almeno 10 milioni di tetti, sostituire centinaia di milioni di finestre, rivestire con un cappotto termico miliardi di metri quadrati di muri. Il risparmio che otterremmo è talmente grande che potrebbe remunerare ampiamente chi finanzia questi interventi di efficienza energetica e, rateizzando la spesa, si otterrebbe da subito un guadagno notevole. Gli ingegneri e gli architetti di fama mondiale che si sono riuniti per Ecoshow stanno dimostrando in modo incontestabile che questo è possibile ed economicamente molto conveniente. E parliamo del solito milione di posti di lavoro, visto che i tetti li devi isolare in Italia, non puoi andare a farlo in Cina!

La razionalizzazione dei consumi è la sfida di oggi in molti settori, basti pensare che potremmo tagliare del 90% le spese per l’acqua calda montando pannelli solari termici. In Austria hanno 200 mq di pannelli ogni mille abitanti, in Italia non arriviamo a 20 mq avendo molto più sole dei nostri vicini.

Abbiamo un consumo di acqua di 152 metri cubi a testa all’anno. Quasi metà dell’acqua va perduta per strada grazie a impianti idrici colabrodo, i cittadini ne consumano in effetti 92 a testa. Ma potremmo ridurre della metà anche questa quantità, usando piccoli accorgimenti come i riduttori del flusso dell’acqua dei rubinetti e riducendo il volume delle cassette dei wc, utilizzando comandi per gli sciacquoni a doppio tasto (usare poca acqua per dilavare le nostre produzioni liquide) e riciclando l’acqua dei rubinetti per alimentare gli scarichi del wc. E che dire della follia italiana di buttar via (in malo modo) escrementi umani e animali, invece di usarli per produrre biogas? Fiumi di oro nero che invece di fruttarci qualche miliardo di euro finiscono addirittura per rendere non balneabili chilometri e chilometri di spiagge!

Oggi la gestione dei rifiuti è in molte parti d’Italia disastrosa, una voragine di denaro, un danno per la salute. Ma abbiamo esempi straordinari di gestione efficiente anche da noi, riciclaggio, riciclo e riuso. Abbiamo iniziative encomiabili di riduzione degli imballaggi anche nel campo della grande distribuzione, vendite alla spina, recupero dei cibi prossimi alla scadenza. E abbiamo aziende che ottengono risultati notevoli riciclando, riescono persino a dar vita a produzioni artistiche basate sulla reinvenzione di arredi e sculture. E abbiamo anche uno sviluppo impetuoso di reti di negozi che danno nuova vita all’usato e al rigenerato, magari raccogliendo vecchi computer ed elettrodomestici e riassemblandoli.

Il successo di queste esperienze rende ancora più bruciante il fatto che restino oggi realtà limitate: cosa succederebbe se queste buone pratiche si estendessero a tutta l’Italia? La lista delle grandi opere che gli italiani potrebbero intraprendere per diminuire gli sprechi è lunga e i nostri esperti la stanno analizzando punto per punto. E in ogni campo si sta dimostrando che è possibile, è conveniente e che se lo facessimo potremmo cancellare la disoccupazione, la recessione e la depressione che ci stanno ammorbando.

Ma quello che stiamo dimostrando è anche che è in corso una rivoluzione tecnologica che sta iniziando a rovesciare il panorama, rendendo possibile ciò che fino a ieri era impensabile. Come è accaduto per computer e cellulari, stanno arrivando sul mercato a ritmo sempre più veloce innovazioni che vanno dalle tegole fotovoltaiche, ai mulini a vento senza pale, alle strade che producono elettricità sfruttando il peso delle auto che ci passano sopra, alle piste da ballo che sfruttano il moto sincopato dei ballerini, alle scarpe che ci trasformano in centrali elettrodinamiche ambulanti.

Il futuro del mondo è fatto di auto che vanno a immondizia organica, grazie a contenitori sottovuoto portati a 400 gradi di temperatura, installati su auto e scooter, si estrarrà gas combustibile in modo ecologico che verrà usato per alimentare i motori. Esistono già auto e moto così alimentate, e ora si stanno approntando le produzioni su scala industriale che le produrranno a basso costo. Il futuro sarà dei mezzi a idrogeno, elettrici, ad aria compressa, a immondizia. Per ricaricare il cellulare faremo una corsetta. Siamo di fronte al più grande businnes del millennio e l’Italia rischia di perdere il treno perché è strangolata dalla crisi economica che non c’è.

E la novità di questo “summit” è che non vogliamo soltanto affermare che la rivoluzione del buon senso è possibile e poi piangere perché nessuno l’ha fatta. Abbiamo creato un tavolo virtuale che sviluppa la collaborazione tra diverse componenti della nostra società e della nostra cultura che fino a poco tempo fa non riuscivano a dialogare. E la rivoluzione delle ecotecnologie si realizzerà solo se sapremo mobilitare energie colossali. E’ una rivoluzione che deve saper coinvolgere tutte le forze disponibili. Ecologisti e imprenditori sono stati per decenni come cani e gatti. Ma oggi esiste un notevole settore del mondo delle imprese che considera il buon senso energetico come la via maestra dello sviluppo economico.

E questo è forse il risultato più grosso: in questi giorni a Ecoshow non ci sono solo i soliti ecologisti, quei noiosi di Legambiente, Greenpeace e Alcatraz. La partecipazione di Coop, del Sole 24ore, di Ecomondo, Ecolevante (riciclo e riuso), Mercatopoli (usato), oltre a quella di Altroconsumo, Enea e di parecchie università italiane e di amministratori pubblici, dimostra che oggi è possibile immaginare un’alleanza tra settori diversi della società per far scoppiare veramente la rivoluzione italiana delle ecotecnologie!

25/5/2011 – Dal blog di Jacopo Fo