I nuovi intellettuali della terra

Data di pubblicazione: 18.07.2010

Autore: Petrini, Carlo

In nuce, alcuni tratti fondamentali di un possibile nuovo rapporto fra politica, territorio, lavoro manuale e saperi. La Repubblica, 18 luglio 2010 (f.b.)

Oggi in Italia non è facile inquadrare la figura del contadino. È un mondo in parte sommerso e davvero molto sfaccettato. Quel che è sicuro è che sono pochi, sempre più anziani, spesso immigrati e tutti in grande difficoltà economica. Sono una categoria debole perché sono passati dall´essere quasi metà della popolazione attiva nel secondo dopoguerra a uno scarso cinque per cento: in termini di voti contano pochissimo e non è difficile capire perché siano una lasciati un po’ a se stessi. Oggi fare agricoltura è quasi regolarmente un’attività in perdita, i giovani non vogliono ripetere la vita dura dei loro padri e, se non si metteranno in atto cambiamenti rilevanti, non ci saranno grandi prospettive. Non è un caso che siano molti gli immigrati nelle nostre campagne, alcuni regolari e anche ben pagati, oppure irregolari in nero, braccianti per pochi euro. Però sono tutti molto preziosi, perché svolgono mansioni che nessuno sa o vuol più fare.

Insomma, si può dire che il contadino continui, nella sua miglior tradizione, a essere l’ultima ruota del carro. Da quando ha smesso di fare parte di una massa consistente, poi, ha anche perso appeal agli occhi dei politici, che fino a una ventina d’anni fa li corteggiavano regolarmente. Infatti chiedersi se il contadino è di destra o di sinistra oggi non ha più molto senso. Va dato atto alla Lega di aver prestato attenzione ad alcune rivendicazioni di una loro parte, quella più “industrializzata”, ma credo che il contadino oggi si ponga in un contesto politico ben lontano dalle attenzioni dei partiti. È aggrappato alla terra e strozzato da un mercato senza pietà, vive isolato in campagne assediate dal cemento, dove praticare un po’ di socialità, anche solo per svagarsi, è impresa ardua.

Tuttavia questo suo essere “fuori categoria” può diventare una grande opportunità: sono sempre meno rari i casi di nuovi contadini, giovani, che attuano un’agricoltura rispettosa degli ecosistemi e che mettono in pratica forme di commercio originali per andare incontro ai cittadini. Usano Internet e vanno a vendere in città, nei mercati. Hanno studiato e continuano a studiare per rendere le loro produzioni migliori, sia dal punto di vista qualitativo sia in termini ambientali, facendo tesoro della tradizione ma con tanta creatività e spirito d’innovazione. Si può dire che siano i nuovi intellettuali della terra, gli ultimi baluardi che difendono il buono e il bello che sa generare il nostro Paese.

La speranza è che questa generazione cresca e diventi contagiosa, fornendo un modello nuovo a tanti ragazzi in cerca di un impiego che non sia alienante, che dia soddisfazione. Non dimentichiamo mai che i contadini producono il nostro cibo, tra le poche cose cui proprio non potremo mai rinunciare: sono un patrimonio di tutto il Paese ed è giusto che trovino alleati nei consumatori, i quali devono trasformarsi in co-produttori, amici dei contadini, i loro difensori per costruire insieme un nuovo sistema alimentare. Non escludo che in un territorio così fertile, poco esplorato e poco concupito dalla politica, possano nascere molti dei leader di domani, decisamente “fuori casta” e per fortuna “fuori categoria”.

Davide e Golia, la tenzone tra la Medicina Omeopatica e l'industria del farmaco convenzionale.

Perchè l’omeopatia sarà sempre osteggiata e perchè si farà sempre di tutto per screditarla.

La pausa estiva ha regalato più tempo per la lettura e più spazio alla riflessione. Due libri appena pubblicati mi hanno colpito per il tema e la franchezza del contenuto. Il primo del cardiologo Marco Bobbio, edito da Einaudi ha per titolo “ Il malato immaginato – i rischi di una medicina senza limiti”, il secondo del medico plurispecializzato Domenico Mastrangelo edito da Salus Infirmorum dal titolo “Il tradimento di Ippocrate – la medicina degli affari”. Entrambi i testi trattano di un tema molto pressante nel mondo medico scientifico odierno: il disease mongering (la commercializzazione di malattie) e cioè l’ingerenza, ormai senza più etica, del mondo economico farmaceutico nel campo della ricerca scientifica e, indirettamente, della gestione della salute del mondo occidentale. La loro lettura descrive e chiarisce molti aspetti poco conosciuti delle dinamiche che regolano il marketing e le pressioni da parte delle case produttrici di farmaci sia sul medico che sul paziente. La loro lettura può essere utile sia ai medici che ai pazienti per avere una visione fuori dal coro di un mondo di informazione scientifica quasi interamente gestito e finanziato delle stesse produttrici di farmaci. Dalle lettura di questi ultimi due libri e altri simili pubblicati negli ultimi anni è scaturita una riflessione riguardo al rapporto tra il businnes farmaceutico e le Medicine non convenzionali, in particolare tra queste, la più utilizzata, l’omeopatia.
L’immagine di Davide e Golia mi sembrava adatta a rappresentare un tema di queste proporzioni economiche e sociali. I guardiani dell’impero economico farmaceutico vigilano da sempre con grande attenzione sul futuro delle loro aziende e difendono con grande accanimento i dividendi dei loro azionisti.
Da anni però hanno preso piede, nel mercato farmaceutico, realtà produttive di farmaci omeopatici che hanno avuto fino ad oggi una crescita continua.
Infatti l’omeopatia si è diffusa con successo in tutto il mondo ed è diventata la pratica medica non convenzionale più popolare in Europa e negli Stati Uniti.
Nel vecchio continente il mercato dell’omeopatia ha raggiunto nel 2009 il fatturato di 1,09 miliardi di € e conta circa 125 milioni di utilizzatori.
Anche l’Italia è uno dei mercati più importanti dopo Francia e Germania per l’omeopatia: nel 2009 il fatturato è stato di 300 milioni di €, con 18 aziende che danno lavoro a 1200 dipendenti e versano alle casse dello Stato 50 milioni di € in contributi e imposte.
Il fatturato del mercato omeopatico rappresenta solo l’1% dell’intero comparto farmaceutico pertanto molto lontano dai risultati delle Big Pharma.
Però le case omeopatiche stanno crescendo in modo continuo da 20 anni. Per esempio i Laboratoires Boiron, leader mondiale nella produzione dei farmaci omeopatici, hanno chiuso il 2009 con un aumento del fatturato del 12,7%, per un totale di 526 milioni di €.  E’ andata ancora meglio  a Boiron Italia con in incremento del 14,5%.
Ho sempre pensato che, viste le dinamiche che reggono l’economia, il giorno in cui le Big Pharma si fossero accorte che la produzione di omeopatici poteva diventare un affare remunerativo probabilmente avrebbero acquisito le aziende del settore, come hanno fatto per i laboratori di vaccini qualche anno fa, e il percorso del riconoscimento scientifico dell’omeopatia  non avrebbe più trovato ostacoli.
Infatti le agenzie di marketing delle case farmaceutiche, che lavorano in modo eccelso con i farmaci convenzionali, avrebbero sicuramente trovato il modo di spianare la strada al riconoscimento dell’omeopatia utilizzando l’ormai consolidato meccanismo della “tenaglia” ormai rivelato da innumerevoli documenti pubblicati dalle più prestigiose riviste scientifiche: da una parte si sostiene la ricerca scientifica e si pagano opinion leader dell’area scientifica per promuovere un prodotto, dall’altra si organizzano e si sostengono economicamente associazioni di pazienti che richiedono quel prodotto per la loro patologia ed ecco che l’effetto tenaglia sulla pubblica amministrazione si realizza con machiavellica certezza: bisogna poter offrire al cittadino quel prodotto per assicurargli la salute.
  Nel tempo mi sono reso conto che tutto ciò difficilmente potrà accadere. Non perchè l’omeopatia non sia scientificamente sostenibile ma semplicemente a causa di un banale calcolo ed analisi di mercato e di un confronto con i risultati dei lavori cost-effectiveness più importanti realizzati in questi ultimi anni (vedi Università di Berlino).
In questi lavori scientifici i risultati dei trattamenti omeopatici parlano di risparmi medi di circa il 50% sui farmaci convenzionali e circa il 50% degli esami di laboratorio e strumentali. Questo vuol dire che in Italia per esempio si potrebbero risparmiare, solo di farmaci convenzionali, 15 miliardi di € all’anno, che si tradurrebbero in perdita per le Big Pharma. Questo sarebbe il loro ritorno se sostenessero l’Omeopatia.
Confrontato con l’ipotetico fatturato dell’omeopatia se impiegato per assurdo, da tutti i cittadini italiani (1,5 miliardi di €) la perdita  per le Big Pharma si attesterebbe a 13,5 miliardi di €.
In altre parole sarebbe un suicidio finanziario.
Ed ecco che inspiegabilmente, nonostante gli aspetti innovativi e moderni proposti dall’omeopatia (assenza di effetti collaterali, buoni risultati clinici, terapia personalizzata, netta riduzione delle patologie croniche, maggior consapevolezza e attenzione per la propria salute) assistiamo ad attacchi su tutti i fronti (dai mass media più popolari alle riviste scientifiche) per screditare l’omeopatia e negare il diritto di un approfondimento di ricerca.
Come ho sempre sostenuto i lavori scientifici a sostegno dell’omeopatia sono assolutamente insufficienti, ma i risultati sono socialmente molto interessanti, sia per gli effetti clinici che per il risparmio in termini economici, pertanto sarebbe logico approfondire la ricerca e scoprirne ogni possibilità di sfruttamento clinico.
Inoltre il messaggio che sottende la medicina omeopatica è un richiamo alla maggior fiducia nelle capacità di omeostasi e di guarigione del nostro corpo, è un ritorno alle forme più ecologiche e naturali per la guarigione. E’ un messaggio che rifiuta l’inquinamento talvolta drammatico che gli stabilimenti di produzione di certi farmaci convenzionali hanno prodotto in certe regioni del mondo.  E’ un messaggio che ci richiama all’approccio clinico attendista, a quella che si sta delineando la nuova clinica, la slow medicine, quella che rispetta maggiormente i tempi e le modalità  biologiche di guarigione. In altre parole è un messaggio pericoloso per certi interessi economici e quindi va limitato e contenuto se non addirittura ostacolato e soppresso.
Possiamo sperare che i risultati di efficacia clinica dell’omeopatia che ogni giorno milioni di cittadini del mondo provano sulla propria pelle siano il volano inarrestabile di un nuovo corso della medicina. Una medicina futura che non sia più schiava come è oggi del più spregiudicato utilizzo di enormi risorse economiche per condizionare la ricerca e l’evoluzione scientifica per l’interesse di pochi, ma che possa dare alla popolazione mondiale altre risposte in termini di benessere e salute , economicamente sostenibili anche dai paesi più poveri.

http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/blog/grubrica.asp?ID_blog=281&ID_articolo=23&ID_sezione&sezione