La favola del RICCIO

Durante-l’era-glaciale-molti-animali-morirono-per-il-freddo.

I ricci se ne accorsero e decisero di unirsi in gruppo e aiutarsi. In questo modo si proteggevano, ma le spine di ognuno ferivano i compagni più vicini che davano calore. Perciò decisero di allontanarsi e iniziarono a congelare e a morire.
Così capirono che o accettavano le spine del compagno vicino oppure sparivano dalla terra e morivano in massa. Con saggezza decisero di tornare tutti insieme. In questo modo impararono a convivere con le piccole ferite che un compagno vicino può causare, dato che la cosa più-importante-era-il-calore-dell’altro.

In-questo-modo-sopravvissero…

Morale della Favola:

Le relazioni migliori non sono quelle con delle persone perfette, ma quelle nelle quali ogni individuo impara a vivere con i difetti degli altri e ad ammirarne le qualità.

http://www.puntosufi.it/nuove

Restituite i parchi ai giochi dei bambini

Ven 1 ottobre 2010, 07:02:20

restituire i parchi ai giochi dei bambini
Da:
ANDREA AGOSTINI <lonanoda@tin.it>

da eddyburg

Data di pubblicazione: 24.09.2010

Autore: Augé, Marc

C’è chi ai bambini vuole dare il moschetto e chi lo spazio pubblico, magari con qualche boschetto. La Repubblica, 25 settembre 2010

Sono figlio della città e della guerra. Sono cresciuto a Parigi. Nel 1945 avevo dieci anni. Se provo a mettere in relazione il tema dei miei giochi d´infanzia e quello dei luoghi della città in cui sono cresciuto (in questo caso Parigi), posso supporre, senza grosse possibilità di essere smentito, che le due realtà siano cambiate moltissimo; la cosa più sorprendente sarebbe che i miei ricordi riuscissero a dire qualcosa a un bambino o a un preadolescente di oggi.

Iniziamo con qualche ricordo.

Durante la guerra lo stato maggiore tedesco aveva occupato, vicino al giardino di Luxembourg e al Senato, il “Lycée Montaigne”, che normalmente era la mia scuola. Così, fino all´ottobre del ´44, quando il “Lycée Montaigne” tornò alla sua funzione originale, noi bambini eravamo stati smistati in diverse scuole primarie del quinto arrondissement. Avevo nove anni e a scuola ci andavo da solo a piedi partendo dalla rue Monge, risalendo la rue de la Montagne Sainte-Geneviève, discendendo la rue Soufflot e attraversando il giardino di Luxembourg.

I miei primi luoghi di gioco furono i cortili delle scuole e la strada, poi il giardino di Luxembourg. Il mio quartiere, da cui non mi sono mai allontanato se non per ritornarci, l´ho percorso in tutti i sensi, prima accompagnato dall´uno o l´altro dei miei genitori e poi da solo. È il luogo della mia infanzia al quale sono rimasto fedele. Viaggio molto, ma, a intervalli più o meno regolari, lo ritrovo e mi ci ritrovo.

I nostri giochi d´infanzia erano molto fisici e segnati dagli eventi dell´epoca. Le prime classi della scuola elementare erano miste e le bambine avevano i loro giochi, per esempio “la campana” (la marelle), ai quali di solito noi bambini non ci associavamo. Partecipavamo solamente quando cedevamo alla tentazione di mostrare la nostra forza, mettendoci quindi a saltare di casella in casella con un piede solo, cercando di raggiungere il cielo che coronava quella struttura tracciata frettolosamente per terra con il gesso. Di solito noi giocavamo alla guerra. Divaricavamo le braccia e volavamo per il cortile ruggendo come i motori degli aerei. Da buoni piccoli maschi fallocratici ci suddividevamo i ruoli: alcuni di noi attaccavano le bambine, gli altri le difendevano. L´arbitraggio arrivava spesso dal cielo, quando le sirene risuonavano. Era l´allarme, la guerra vera. Ci facevano scendere di corsa nei rifugi sotterranei, che in questa parte di Parigi erano un pezzo delle catacombe. Quando dopo l´allarme rientravamo a casa, cercavamo i frammenti dei proiettili tirati dalla DCA (la difesa contraerea). Erano delle calamite eccellenti ed erano facili da trasportare poiché si fissavano le une sulle altre, formando dei piccoli cumuli irregolari e compatti che laceravano le nostre tasche (…).

Oggi i giochi sono cambiati e c´è sicuramente molto da osservare e imparare a contatto con i bambini e gli adolescenti. La familiarità che la maggior parte di loro ha con gli strumenti elettronici modifica sia il loro rapporto con la solitudine, sia il modo di instaurare relazioni sociali. È vero anche, d´altro canto, che la geografia della città e dell´ambiente si trasforma. Tuttavia, non è detto che la necessità di aprire spazi pubblici per i bambini e gli adolescenti non resti ancora una necessità urgente. Un mio collega, David Lepoutre, ha scritto un libro molto interessante sull´etnologia della città, Coeur de banlieue, pubblicato nel 1997 da Odile Jacob. Lepoutre insegnava, all´inizio degli anni Novanta, nel quartiere della Courneuve e la Cité des Quatre Mille e aveva avuto modo di notare che i bambini, a volte molto piccoli e per la maggior parte figli di genitori immigrati, tendevano a formare delle bande, la cui prima occupazione era di appropriarsi del territorio, del loro ambiente, trasformandolo attraverso l´immaginazione: inventavano frontiere, luoghi straordinari e persino riti d´iniziazione. In queste bande di preadolescenti e adolescenti c´erano ragazzi di diverse età, ed era verso i sedici anni il periodo in cui avveniva la selezione tra chi abbandonava la banda e chi entrava invece nel mondo della delinquenza, sollecitato da traffici di tutti i generi.

Senza la pretesa di paragonare il giardino di Luxembourg degli anni ´50 e le banlieue degli anni ´90 o di oggi, vorrei suggerire l´idea che i temi del gioco, dello spazio e dell´infanzia hanno da molto tempo una portata sociale e politica fondamentale. Uno dei problemi delle banlieue è che gli spazi di cui i giovani cercano di appropriarsi non sono spazi pubblici, semplicemente perché gli spazi pubblici non esistono o comunque non esistono più oggi. L´immaginario corre liberamente senza un ambiente circostante che lo accolga e dunque senza una protezione simbolica. Il miracolo dei giardini pubblici è dovuto al fatto che sono un bene che permane. Le Tuileries o il Luxembourg non sono cambiati da quando Proust o Anatole France li frequentavano da bambini. Ma, dato il decentramento della capitale verso le periferie, questi giardini fungono da spazi pubblici solamente per una manciata insignificante di favoriti.

Uno degli obiettivi del Grand Paris, di cui si parla tanto oggi, dovrebbe essere la creazione, vicino agli edifici scolastici, di luoghi perenni, tra i quali i giardini pubblici restano ancora oggi il miglior esempio. Questi luoghi dovrebbero manifestarsi in modo spettacolare e simbolico come degli spazi pubblici, situarsi in prossimità di edifici pubblici, di teatri o di cinema, non limitarsi alla riduttiva funzione di luoghi di passaggio ma restare aperti, in quanto spazi ludici, alle iniziative dei giovani.

Alla fine tutto è politico. Va bene creare stadi, piscine, luoghi strutturati per la formazione di “corpi efficacemente disciplinati”, ma è bene anche lasciare che si crei qualche luogo di libera espressione di sé e di confronto con gli altri in spazi che permettono tutto senza nulla imporre. Recentemente mi è capitato di vedere dei ragazzi molto giovani e di talento che si allenavano con lo skateboard la domenica vicino alla fontana di Trocadéro, sotto uno sguardo vagamente preoccupato ma allo stesso tempo ammirato dei passanti e dei turisti. Spero che potremo ancora per lungo tempo continuare a osservarli giocare e sfidarsi nel cuore di Parigi. È il loro modo per crescere ed educarsi.

Traduzione di Chiara Pavan

Il testo è parte dell´intervento che Marc Augé terrà a “Tocatì”, il Festival Internazionale dei Giochi in Strada che si terrà da oggi al 26 settembre a Verona, organizzato dall´Associazione Giochi Antichi e dal comune. Il Paese ospite dell´ottava edizione è la Svizzera

I nuovi intellettuali della terra

Data di pubblicazione: 18.07.2010

Autore: Petrini, Carlo

In nuce, alcuni tratti fondamentali di un possibile nuovo rapporto fra politica, territorio, lavoro manuale e saperi. La Repubblica, 18 luglio 2010 (f.b.)

Oggi in Italia non è facile inquadrare la figura del contadino. È un mondo in parte sommerso e davvero molto sfaccettato. Quel che è sicuro è che sono pochi, sempre più anziani, spesso immigrati e tutti in grande difficoltà economica. Sono una categoria debole perché sono passati dall´essere quasi metà della popolazione attiva nel secondo dopoguerra a uno scarso cinque per cento: in termini di voti contano pochissimo e non è difficile capire perché siano una lasciati un po’ a se stessi. Oggi fare agricoltura è quasi regolarmente un’attività in perdita, i giovani non vogliono ripetere la vita dura dei loro padri e, se non si metteranno in atto cambiamenti rilevanti, non ci saranno grandi prospettive. Non è un caso che siano molti gli immigrati nelle nostre campagne, alcuni regolari e anche ben pagati, oppure irregolari in nero, braccianti per pochi euro. Però sono tutti molto preziosi, perché svolgono mansioni che nessuno sa o vuol più fare.

Insomma, si può dire che il contadino continui, nella sua miglior tradizione, a essere l’ultima ruota del carro. Da quando ha smesso di fare parte di una massa consistente, poi, ha anche perso appeal agli occhi dei politici, che fino a una ventina d’anni fa li corteggiavano regolarmente. Infatti chiedersi se il contadino è di destra o di sinistra oggi non ha più molto senso. Va dato atto alla Lega di aver prestato attenzione ad alcune rivendicazioni di una loro parte, quella più “industrializzata”, ma credo che il contadino oggi si ponga in un contesto politico ben lontano dalle attenzioni dei partiti. È aggrappato alla terra e strozzato da un mercato senza pietà, vive isolato in campagne assediate dal cemento, dove praticare un po’ di socialità, anche solo per svagarsi, è impresa ardua.

Tuttavia questo suo essere “fuori categoria” può diventare una grande opportunità: sono sempre meno rari i casi di nuovi contadini, giovani, che attuano un’agricoltura rispettosa degli ecosistemi e che mettono in pratica forme di commercio originali per andare incontro ai cittadini. Usano Internet e vanno a vendere in città, nei mercati. Hanno studiato e continuano a studiare per rendere le loro produzioni migliori, sia dal punto di vista qualitativo sia in termini ambientali, facendo tesoro della tradizione ma con tanta creatività e spirito d’innovazione. Si può dire che siano i nuovi intellettuali della terra, gli ultimi baluardi che difendono il buono e il bello che sa generare il nostro Paese.

La speranza è che questa generazione cresca e diventi contagiosa, fornendo un modello nuovo a tanti ragazzi in cerca di un impiego che non sia alienante, che dia soddisfazione. Non dimentichiamo mai che i contadini producono il nostro cibo, tra le poche cose cui proprio non potremo mai rinunciare: sono un patrimonio di tutto il Paese ed è giusto che trovino alleati nei consumatori, i quali devono trasformarsi in co-produttori, amici dei contadini, i loro difensori per costruire insieme un nuovo sistema alimentare. Non escludo che in un territorio così fertile, poco esplorato e poco concupito dalla politica, possano nascere molti dei leader di domani, decisamente “fuori casta” e per fortuna “fuori categoria”.

Davide e Golia, la tenzone tra la Medicina Omeopatica e l'industria del farmaco convenzionale.

Perchè l’omeopatia sarà sempre osteggiata e perchè si farà sempre di tutto per screditarla.

La pausa estiva ha regalato più tempo per la lettura e più spazio alla riflessione. Due libri appena pubblicati mi hanno colpito per il tema e la franchezza del contenuto. Il primo del cardiologo Marco Bobbio, edito da Einaudi ha per titolo “ Il malato immaginato – i rischi di una medicina senza limiti”, il secondo del medico plurispecializzato Domenico Mastrangelo edito da Salus Infirmorum dal titolo “Il tradimento di Ippocrate – la medicina degli affari”. Entrambi i testi trattano di un tema molto pressante nel mondo medico scientifico odierno: il disease mongering (la commercializzazione di malattie) e cioè l’ingerenza, ormai senza più etica, del mondo economico farmaceutico nel campo della ricerca scientifica e, indirettamente, della gestione della salute del mondo occidentale. La loro lettura descrive e chiarisce molti aspetti poco conosciuti delle dinamiche che regolano il marketing e le pressioni da parte delle case produttrici di farmaci sia sul medico che sul paziente. La loro lettura può essere utile sia ai medici che ai pazienti per avere una visione fuori dal coro di un mondo di informazione scientifica quasi interamente gestito e finanziato delle stesse produttrici di farmaci. Dalle lettura di questi ultimi due libri e altri simili pubblicati negli ultimi anni è scaturita una riflessione riguardo al rapporto tra il businnes farmaceutico e le Medicine non convenzionali, in particolare tra queste, la più utilizzata, l’omeopatia.
L’immagine di Davide e Golia mi sembrava adatta a rappresentare un tema di queste proporzioni economiche e sociali. I guardiani dell’impero economico farmaceutico vigilano da sempre con grande attenzione sul futuro delle loro aziende e difendono con grande accanimento i dividendi dei loro azionisti.
Da anni però hanno preso piede, nel mercato farmaceutico, realtà produttive di farmaci omeopatici che hanno avuto fino ad oggi una crescita continua.
Infatti l’omeopatia si è diffusa con successo in tutto il mondo ed è diventata la pratica medica non convenzionale più popolare in Europa e negli Stati Uniti.
Nel vecchio continente il mercato dell’omeopatia ha raggiunto nel 2009 il fatturato di 1,09 miliardi di € e conta circa 125 milioni di utilizzatori.
Anche l’Italia è uno dei mercati più importanti dopo Francia e Germania per l’omeopatia: nel 2009 il fatturato è stato di 300 milioni di €, con 18 aziende che danno lavoro a 1200 dipendenti e versano alle casse dello Stato 50 milioni di € in contributi e imposte.
Il fatturato del mercato omeopatico rappresenta solo l’1% dell’intero comparto farmaceutico pertanto molto lontano dai risultati delle Big Pharma.
Però le case omeopatiche stanno crescendo in modo continuo da 20 anni. Per esempio i Laboratoires Boiron, leader mondiale nella produzione dei farmaci omeopatici, hanno chiuso il 2009 con un aumento del fatturato del 12,7%, per un totale di 526 milioni di €.  E’ andata ancora meglio  a Boiron Italia con in incremento del 14,5%.
Ho sempre pensato che, viste le dinamiche che reggono l’economia, il giorno in cui le Big Pharma si fossero accorte che la produzione di omeopatici poteva diventare un affare remunerativo probabilmente avrebbero acquisito le aziende del settore, come hanno fatto per i laboratori di vaccini qualche anno fa, e il percorso del riconoscimento scientifico dell’omeopatia  non avrebbe più trovato ostacoli.
Infatti le agenzie di marketing delle case farmaceutiche, che lavorano in modo eccelso con i farmaci convenzionali, avrebbero sicuramente trovato il modo di spianare la strada al riconoscimento dell’omeopatia utilizzando l’ormai consolidato meccanismo della “tenaglia” ormai rivelato da innumerevoli documenti pubblicati dalle più prestigiose riviste scientifiche: da una parte si sostiene la ricerca scientifica e si pagano opinion leader dell’area scientifica per promuovere un prodotto, dall’altra si organizzano e si sostengono economicamente associazioni di pazienti che richiedono quel prodotto per la loro patologia ed ecco che l’effetto tenaglia sulla pubblica amministrazione si realizza con machiavellica certezza: bisogna poter offrire al cittadino quel prodotto per assicurargli la salute.
  Nel tempo mi sono reso conto che tutto ciò difficilmente potrà accadere. Non perchè l’omeopatia non sia scientificamente sostenibile ma semplicemente a causa di un banale calcolo ed analisi di mercato e di un confronto con i risultati dei lavori cost-effectiveness più importanti realizzati in questi ultimi anni (vedi Università di Berlino).
In questi lavori scientifici i risultati dei trattamenti omeopatici parlano di risparmi medi di circa il 50% sui farmaci convenzionali e circa il 50% degli esami di laboratorio e strumentali. Questo vuol dire che in Italia per esempio si potrebbero risparmiare, solo di farmaci convenzionali, 15 miliardi di € all’anno, che si tradurrebbero in perdita per le Big Pharma. Questo sarebbe il loro ritorno se sostenessero l’Omeopatia.
Confrontato con l’ipotetico fatturato dell’omeopatia se impiegato per assurdo, da tutti i cittadini italiani (1,5 miliardi di €) la perdita  per le Big Pharma si attesterebbe a 13,5 miliardi di €.
In altre parole sarebbe un suicidio finanziario.
Ed ecco che inspiegabilmente, nonostante gli aspetti innovativi e moderni proposti dall’omeopatia (assenza di effetti collaterali, buoni risultati clinici, terapia personalizzata, netta riduzione delle patologie croniche, maggior consapevolezza e attenzione per la propria salute) assistiamo ad attacchi su tutti i fronti (dai mass media più popolari alle riviste scientifiche) per screditare l’omeopatia e negare il diritto di un approfondimento di ricerca.
Come ho sempre sostenuto i lavori scientifici a sostegno dell’omeopatia sono assolutamente insufficienti, ma i risultati sono socialmente molto interessanti, sia per gli effetti clinici che per il risparmio in termini economici, pertanto sarebbe logico approfondire la ricerca e scoprirne ogni possibilità di sfruttamento clinico.
Inoltre il messaggio che sottende la medicina omeopatica è un richiamo alla maggior fiducia nelle capacità di omeostasi e di guarigione del nostro corpo, è un ritorno alle forme più ecologiche e naturali per la guarigione. E’ un messaggio che rifiuta l’inquinamento talvolta drammatico che gli stabilimenti di produzione di certi farmaci convenzionali hanno prodotto in certe regioni del mondo.  E’ un messaggio che ci richiama all’approccio clinico attendista, a quella che si sta delineando la nuova clinica, la slow medicine, quella che rispetta maggiormente i tempi e le modalità  biologiche di guarigione. In altre parole è un messaggio pericoloso per certi interessi economici e quindi va limitato e contenuto se non addirittura ostacolato e soppresso.
Possiamo sperare che i risultati di efficacia clinica dell’omeopatia che ogni giorno milioni di cittadini del mondo provano sulla propria pelle siano il volano inarrestabile di un nuovo corso della medicina. Una medicina futura che non sia più schiava come è oggi del più spregiudicato utilizzo di enormi risorse economiche per condizionare la ricerca e l’evoluzione scientifica per l’interesse di pochi, ma che possa dare alla popolazione mondiale altre risposte in termini di benessere e salute , economicamente sostenibili anche dai paesi più poveri.

http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/blog/grubrica.asp?ID_blog=281&ID_articolo=23&ID_sezione&sezione

Buttiamo troppo cibo un decalogo antispreco

da repubblica.it
LUNEDÌ, 12 LUGLIO 2010

ROMA – In Italia si butta una quantità di cibo sufficiente a sfamare tutti gli spagnoli. Non solo: 4mila tonnellate di alimenti vengono acquistati dagli italiani e buttati ogni giorno, 6 milioni in un anno. Non siamo i soli a sprecare. In Gran Bretagna si gettano nella spazzatura 6,7 milioni di tonnellate di cibo all´anno. In Svezia le famiglie buttano il 25 per cento degli alimenti acquistati. Ma arriva un decalogo antispreco.

ANTONIO CIANCIULLO

ROMA – Nella cultura contadina lasciare un frutto sulla pianta al momento del raccolto era considerato un segno di empatia verso la natura, un sottolineare le radici comuni. La modernità ha trasformato questo atto simbolico in uno spreco colossale. In Italia tra il momento in cui pomodori e zucchine abbandonano i campi e quello in cui finiscono nel nostro piatto si butta una quantità di cibo sufficiente a sfamare tutti gli spagnoli. Non solo: si parla di 4mila tonnellate di alimenti acquistati dagli italiani e buttati in discarica ogni giorno, 6 milioni in un anno.
E in questo impegno dissipatorio siamo in buona compagnia. In Gran Bretagna si gettano ogni anno nella spazzatura 6,7 milioni di tonnellate di cibo ancora perfettamente utilizzabile e 10 miliardi di sterline. In Svezia ogni famiglia butta in media il 25 per cento degli alimenti acquistati. Negli Stati Uniti si arriva al 40 per cento. Numeri impressionanti e destinati a salire visto che dal 1974, nel mondo, lo spreco alimentare è aumentato del 50 per cento e continua a crescere. Per invertire questo trend è partita la campagna «Un anno contro lo spreco 2010», ideata da Andrea Segrè, preside della facoltà di Agraria dell´università di Bologna, e promossa da Last Minute Market con il patrocinio del Parlamento europeo. Gli organizzatori, con il sostegno di Eni e Telecom, premieranno le buone pratiche e organizzeranno a Bruxelles e a Bologna pranzi contro lo spreco basati su un menu prodotto con alimenti di recupero: cibi perfetti sotto il profilo sanitario e organolettico ma in origine destinati alla discarica.
E qualcosa si sta già muovendo in direzione di una correzione di rotta. Da uno degli ospedali di Bologna si recuperano ogni giorno 30 pasti pronti presso la mensa, per un valore complessivo di oltre 35 mila euro all´anno. A Ferrara si recuperano, presso le farmacie comunali, farmaci da banco per 11.300 euro all´anno. A Verona otto mense scolastiche recuperano 8 tonnellate all´anno di prodotto cotto che corrispondono a circa 15 mila pasti. «Vogliamo moltiplicare questi casi positivi in tutta Italia», propone Segrè. «Gli sprechi vengono spesso visti a senso unico, guardando solo attraverso la lente etica. Ma non è dando ai poveri gli avanzi dei ricchi che si può pensare di risolvere squilibri sociali che vanno affrontati con altri strumenti. Lo spreco alimentare è innanzitutto il fallimento del mercato, la negazione della logica dell´efficienza senza la quale l´impatto dell´esistenza umana è destinato a diventare insostenibile. In Italia buttiamo una quantità di cibo sufficiente a sfamare tre quarti della popolazione. È una perversione del sistema produttivo creata da meccanismi che incentivano gli sprechi perché non riconoscono il valore del danno ambientale prodotto e il suo costo per la collettività: ogni tonnellata di rifiuti alimentari genera 4,2 tonnellate di CO2». L´originalità di questa campagna, che verrà presentata mercoledì prossimo nelle sede romana del Parlamento europeo, è riassunta dallo slogan «-Spr+Eco, Formule per non alimentare lo spreco». Uno spreco che riguarda tutte le fasi della filiera alimentare. Nei nostri campi rimane a marcire la stessa quantità di frutta e verdura che consumiamo. La distribuzione al dettaglio butta il cibo sufficiente a fornire tre pasti ai giorno agli abitanti di Genova. L´industria agroalimentare produce sprechi che alimenterebbe il Veneto per un anno.
Oltre a intervenire nel momento della raccolta e della lavorazione, bisogna riorganizzare anche la distribuzione. «Ad esempio», suggerisce Segrè, «quando noi prendiamo uno yogurt da uno scaffale del supermercato e vediamo che scade dopo un paio di giorni lo rimettiamo a posto e ne cerchiamo un altro che dura di più. Così finisce che quel vasetto di yogurt, ancora buono, si trasforma in rifiuto con un danno economico per tutti, perché il costo dello spreco viene caricato sugli altri yogurt. Perché allora non venderlo con uno sconto?»

Con l'acqua virtuale contenuta in cibo e merci si prosciugano i Paesi in via di sviluppo


da greenreport.it
19 aprile 2010


FIRENZE. Con il termine “acqua virtuale” (attribuito una ventina di anni fa dal geografo Tony Allan) viene definita la quantità di acqua necessaria per fabbricare un prodotto. E’ acqua che non si vede ma importantissima nella gestione complessiva delle risorse idriche. Per questo motivo gli scienziati dell’Unesco hanno calcolato la quantità di acqua virtuale contenuta nelle varie merci e gli import ed export dai vari continenti.
Secondo studi recenti, uno di questi è stato curato dall’associazione britannica Royal Society of engineers, anche per l’acqua virtuale i paesi del nord del mondo esercitano un pressione insostenibile sui paesi in via di sviluppo, che hanno già risorse limitate e che rischiano di essere prosciugate.
Con le merci, che prevalentemente si dirigono verso occidente, viene quindi  trasportata anche l’acqua virtuale necessaria per produrle. Secondo la Royal Society of engineers, due terzi del totale dell’acqua utilizzata per produrre alimenti e bevande per la sola Gran Bretagna, viene da paesi che già soffrono per le poche risorse idriche disponibili.
In sostanza i paesi in via di sviluppo, spinti dalla richiesta di merci dall’Occidente, stanno utilizzando gran parte delle loro risorse per prodotti d’esportazione, rischiando così di restare a corto d’acqua. «Secondo le previsioni, quando la popolazione mondiale supererà gli 8 miliardi, cioè tra 20 anni, la domanda generale di cibo e energia crescerà del 50% e quello di acqua del 30%, il che potrebbe determinare una crisi idrica mondiale. E’ necessario quindi – dichiarano dall’associazione – prendere precauzioni immediate».
Nello specifico dell’acqua virtuale ciò vuol dire inserire questi elementi di conoscenza, relativamente recenti, a livello di pianificazione, applicando la contabilità ambientale che “pesi” in modo corretto ed equo anche questo impatto sulla risorsa idrica che non può essere “esternalizzato”.

Mahatma Gandhi

“Sulla terra c’è abbastanza per soddisfare i
bisogni di tutti ma non per soddisfare l’ingordigia di pochi. Sono le
azioni che contano. I nostri pensieri, per quanto buoni possano essere,
sono perle false fintanto che non vengono trasformati in azioni.Sii il
cambiamento che vuoi vedere avvenire nel mondo”.